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Cibo e identità: fra bisogno, cultura e disagio

Oggi proveremo ad affrontare la questione di se e come, il discorso sociale contemporaneo sorretto dal modello di consumo capitalistico, influisca sulla diffusione di problemi legati al rapporto con il cibo che in taluni casi sfociano in sintomatologie eclatanti come anoressia, bulimia, obesità.

Assistiamo a un’indiscutibile dilagare dell’attenzione verso l’alimentazione (genuina, sana, corretta, light ecc…), verso le diete, verso la cura igienista del corpo, verso il fitness e il benessere, fissazioni e preoccupazioni che coinvolgono sempre più soggetti senza necessariamente sfociare in sintomatologie conclamate che richiedano l’attenzione di un clinico. La rincorsa benessere e al salutismo è la nuova “tendenza” sociale, con la quale in qualche modo tutti ci troviamo a fare i conti fosse anche per rifiutarla.

Il corpo e il cibo sono i due oggetti principali intorno a cui ruota il grande ingranaggio del discorso capitalista che ha diversificato il mercato con l’introduzione di diverse figure di consumatori: si pensi agli attenti al bio, al light, al Km 0, gli amanti del Mc Donald, i fautori del multietnico. Allo stesso tempo intorno al corpo si è creato un mercato  sempre più variegato che offre servizi per ogni sorta di “riaggiustamento”: spa, centri fitness, centri benessere, chirurgia estetica ecc…

La domanda che ci poniamo è dunque:

in che modo il bombardamento culturale e il discorso capitalista svolgano degli effetti “patoplastici”, indirizzano cioè l’espressione del disagio  localizzandolo nel corpo e nel comportamento alimentare?

L’anoressia e la bulimia possono definirsi sindromi culturali?

Quali sono le caratteristiche del discorso capitalista che incidono sull’emergenza di dipendenze come quelle alimentari?

Proviamo  a rispondere a queste domande  facendo emergere in quattro punti alcune  riflessioni legate alla cultura odierna e agli “assunti” promossi dal modello di consumo capitalistico:

 

1. Il Primato dell’immagine

Siamo nell’epoca in cui si afferma per così dire un nuovo “peccato capitale”, il peccato di immagine. Lo Sguardo, oggi, diventa l’organo principale di stimolazione: l’importanza del vedere e farsi vedere, dell’apparire a tutti costi, promuove una dipendenza dallo sguardo, un implicito richiamo al : “Non importa da chi si è guardati l’importante è essere guardati”.

In questo discorso ciò che viene primariamente abolito è il Tu, ovvero il legame con l’altro. Infatti se non importa Chi mi guarda significa che la mia volontà di essere guardato non implica nessuna ricerca di legame con la persona “X”, ma solo affermazione di un narcisismo senza destinatario in cui, il farsi “notare” non è più un messaggio indirizzato a qualcuno (amato?) che si vuol “richiamare” per entrare in relazione con lui, ma solo un tentativo di “svenire” nel riflesso degli occhi, degli obiettivi, degli specchi. La bellezza si esaurisce nell’auto-godimento della sua visione.

Dunque un narcisismo dell’immagine in cui la “bellezza” non è legata a nessuna forma di dialogo, di seduzione con l’altro; una bellezza senz’anima in cui le forme (che oggi hanno da essere “magre”) aderiscono esclusivamente a se stesse.

Ecco che la funzione dello specchio diventa cruciale nella nostra cultura. Lo specchio è il primo sguardo a cui ci rivolgiamo prima di uscire, senza l’altro, senza sorprese.

E’ evidente nell’anoressia in cui la persona è costantemente braccata dal suo sguardo cercando una bellezza che sia “tutta per sé”, “egoisticamente” negoziata con la sua immagine, una bellezza priva di interlocutore, se non, appunto, il riflesso, che le fa semplicemente da eco. C’è un tratto dell’anoressia che si risolve nel godimento mortifero che essa prova a fare l’amore con la propria immagine davanti allo specchio.

Se pensiamo alla bellezza così come veniva concepita nella classicità possiamo coglierne le profonde differenze rispetto ad oggi; essa rappresentava  un mezzo attraverso il quale l’anima si faceva visibile nell‘evidenza visiva del corpo. Il corpo del David di Michelangelo ad esempio, non è solo corpo, ma si mette a servizio, con la sua bellezza, della perfezione morale del giovane, della sua virtù e forza spirituale. Il David è nudo solo perché è armato della propria virtù morale con cui riesce a vincere il nemico. E’ giovane perché solo chi è giovane è puro. Oggi al contrario il nudo è nudo, il corpo è il corpo,  sganciati da qualsiasi dimensione morale, etica e sociale.

Nessun messaggio cifrato dietro a un corpo statuario di un modello in bikini o di una modella alta e biondissima. Non si dovrebbe neanche più parlare di estetica ma di ricerca ossessiva di estetismi, cioè di forme di cura e perfezione del corpo, sterili, standardizzate, uguali a se stesse, che si consumano nella loro visione senza nessun “oltre”, nessuna metafora aldilà della carne.

Il corpo viene schiacciato e ridotto alla sua materia. E’ quello che emerge metaforicamente  dall’opera ‘Vanitas, Flesh dress for an albino anorectic’ di Jana Sterbak, artista canadese contemporanea, che in maniera conturbante fa indossare a un manichino un vestito fatto completamente di carne cruda, a polemizzare una cultura che promuove uno sguardo che vede solo carne, che non opera un salto “simbolico” fra corpo e anima, ma che taglia veramente il corpo a fette, riducendo l’interiorità alle “interiora”.

 

2. Il primato del godimento solitario

Un altro implicito assunto contenuto nel discorso capitalista è quello che vorrebbe farci illudere che la progressiva e illimitata consumazione privata di oggetti e merci possa garantirci la soddisfazione personale.

Una nota marca di yogurt ha ben sintetizzato questo implicito: “Fate l’amore con il sapore”, declama il messaggio pubblicitario. Il messaggio indica che sia possibile sostituire il partner sessuale con l’oggetto-cibo al quale viene  attribuita una potenza di godimento e soddisfazione pari a quella di una relazione sessuale.

Il modello culturale capitalistico vorrebbe illuderci che il consumo degli oggetti  possa darci realizzazione, appagamento, pienezza.

Gli oggetti oggi stanno sempre più svolgendo una funzione illusoria di riempimento delle nostre mancanze. L’esercito degli oggetti che ci viene proposto dal capitalismo (cibo-merci-servizi) si pone quale possibile “cerotto” alla difficoltà di vivere, di costruire relazioni, di sostenere responsabilità. Il cibo, oggetto di consumo ormai alla portata di tutti, è in quest’orizzonte l’oggetto di più facile reperibilità e maneggevolezza, un “fedele compagno”, un partner docile, con i quali intrattenersi solitariamente e “al sicuro” dagli attacchi imprevedibili e incontrollabili dell’altro.

Recalcati ha definito le nuove dipendenze (alimentari, droga, alcol, internet, shopping compulsivo) malattie dell’”antiamore”, ovvero situazioni nelle quali il rapporto con l’altro, vissuto come troppo angoscioso, pericoloso o annichilente, viene sostituito dal rapporto con un oggetto. Un esempio del godimento solitario è ben inscenato dal tossicomane che dice mi sono fatto “da solo” proponendo così un’esclusione totale dal rapporto con gli altri.

Le nuove dipendenze si inseriscono dunque in uno scenario in cui il capitalismo ci propone di godere in maniera solitaria allentando il legame con l’altro. L’epoca che prende la posizione del Giuda. L’allentamento dei legami sociali è fondamentale alla cultura promossa dal capitalismo dal momento che il “consumatore per eccellenza” è proprio colui che trova negli oggetti una soddisfazione immediata e sempre spendibile.

Nei disturbi alimentari la passione per il cibo o per i corpo-magro diventano l’”impegno” del soggetto che “tradisce” la tavola, allontanandosene come nel caso dell’anoressia, o sconvolgendola, disordinandola in modo bulimico. L’anoressia e la bulimia quindi bene inscenano l’effetto del superamento “illusorio” dell’altro, del la rottura del Convivio, a cui si sostituisce una soluzione fallimentare che è il ripiegamento narcisistico dove l’Io si ipertrofizza sull’immagine e sulla bocca.

Un’ulteriore annotazione: è’ venuta a configurarsi una nuova scena di morte; se un tempo la morte era destino “crudele”, se implicava sofferenza e dolore, oggi si assiste a una nuova prospettiva: è possibile morire per il “troppo godere”.  Una morte che scaturisce da un eccesso di godimento, anziché dal dolore.

E’ possibile sopire la propria spinta vitale soffocati dall’iper-uso e consumo di merci e sostanze che permettono di placare, ma solo momentaneamente, le nostre faglie. Il termine “morte” deve essere considerato aldilà della morte fisica; c’è “morte” del soggetto ogni volta che c’è distruzione della spinta vitale, di possibilità di desiderare.

La spinta vitale è il risultato del fatto che ciascun soggetto trae dalle proprie mancanze il desiderio di superarle, di progettare un oltre, per il quale si impegna e  si “industria”, non senza difficoltà, coniugando così passione e responsabilità. Per realizzare una passione, un desiderio, ci vuole capacità di tollerare l’attesa, l’incertezza, il fallimento.

L’impossibilità di tollerare l’attesa e il fallimento è  inscenata dall’attacco bulimico che tenta di suturarlo riempiendosi di oggetto-cibo (ma lo stesso vale per altri comportamenti compulsivi) che sembrano momentaneamente scaricare la tensione permettendo un temporaneo godimento.

Il problema di ogni oggetto con il quale ci “riempiamo” è che esso in realtà, sebbene consoli, alla fine ottura, e soprattutto continua a non rispondere alle domande che ci abitano del “cosa voglio? Dove vado? perché soffro?, domande che è possibile fronteggiare solo attraverso il pensiero. Anche nell’assetto anoressico vi è, anche se meno intuitivo, un “pieno” che sopisce il desiderio. L’anoressica è piena del godimento che trae dall’astensione e dalla privazione del cibo e dalla contemplazione della propria immagine scheletrica. L’oggetto che prende il posto dei suoi desideri è il corpo-magro,  con il quale intrattiene un dialogo ossessivo e quotidiano, irrigidendo il quale si illude di poter fronteggiare le cadute della vita.

 

3. Il primato del Benessere

Imperversa oggi un’ideologia del benessere che impone 4 imperativi: essere giovani-sani-magri-belli. Siamo tempestati di programmi e riviste sulla salute, sull’alimentazione da un pullulare di centri fitness e benessere.

Questo nuova cultura dell’iper-benessere porta con sé un nuovo esercito che vorrebbe addestrarci a raggiungere una misura di “star bene” universale, sopprimendo la singolarità: l’esercito degli esperti. Esperti di ogni genere chiamati a insegnarci quali siano le giuste tecniche, training, diete, comportamenti per effettuare un efficace addomesticamento del corpo e dello stile di vita.

L’esperto sulla salute e sul benessere è la nuova autorità alla quale ci votiamo per trovare le “migliori” risposte per la nostra vita. Il presupposto che questa expertise porta con sé è che sia possibile imparare a “governare” i propri comportamenti, grazie ai suggerimenti dell’esperto, indirizzandoli verso quest’idea di bene e di salute universale.

Ma è veramente possibile riuscire ad addomesticarsi come suggerirebbero i consigli dei manuali e della tv? Riuscire a sottoporre la propria singolarità a una pratica di vita condivisa dalla comunità scientifica come quella “giusta, corretta”?

Ciò che questa cultura mette in ombra è il fatto che in ciascuno di noi ci sono parti assolutamente ingovernabili che ci rendono singolari e unici che non potranno mai rispondere a nessuna categoria clinica, a nessuna tecnica standardizzata, a nessun consiglio impacchettato di un esperto. La misura del bene è sempre singolare e l’uomo deve sempre fare i conti con una pulsionalità che lo spinge oltre la padronanza competa di sé.

 

Il discorso della psicanalisi versus il discorso contemporaneo

Ma come se ne esce dal discorso capitalistico? Quale la proposta della psicanalisi?

 

    1. Recupero della mancanza e del desiderio. Che significa: dobbiamo entrare nell’ordine della privazione dagli oggetti per essere felici? Assolutamente No! La logica della mancanza così come la propone la psicanalisi non è la privazione. Sono due ordini concettuali diversi. La psicanalisi tutela la mancanza intesa come quello spazio, di non avere e non sapere che abita sempre l’uomo. La mancanza è qualcosa di cui facciamo esperienza tutti i giorni perché è laddove manchiamo che desideriamo; se progettiamo un nuovo lavoro, un nuovo viaggio,  se abbiamo voglia ancora di leggere libri, conoscere nuove cose, è solo perché tutto questo ci manca. Il desiderio, per “lavorare”, si nutre di questa mancanza. Ed è grazie al desiderio, al fatto che non siamo mai totalmente soddisfatti che viviamo.  Senza desiderio non c’è nessuna creazione, nessuna meta, nessun azione. La logica discorsiva implicita nel capitalismo tenta di sopire il desiderio ingannandolo con una schiera di proposte di godimento che “zittiscano” il languore della mancanza e del desiderio. E siccome “renderci pieni” è strutturalmente impossibile, grazie a questa logica il mercato può vendere ancora, ancora e ancora. La psicanalisi non propone una logica del sacrificio (assolutamente!) ma la necessità di reintrodurre nel discorso sociale un modo di pensare che tenga conto del fatto che qualsiasi prestazione, oggetto, risultato, ricetta, esperto, non potrà mai placare le nostre domande e che ciò che veramente può soddisfarci è coltivare una “passione”, cioè quello stato di desiderio che supera sempre ogni oggetto e ogni risultato.

 

    1. Recupero dell’alterità. Oggi imperversa un errore logico di fondo e cioè che possa esistere la libertà assoluta individuale intesa come la possibilità di condurre una vita protesa all’utilitarismo individuale, l’ideale del non dover rendere conto a nessuno. Innanzitutto l’ideale di poter essere padroni di sé stessi e della propria vita è un’illusione. Non ci “siamo fatti da soli”. C’è una quota di dipendenza strutturale che ci lega all’altro e il risultato di ciò che siamo oggi in parte è la sedimentazione delle relazioni ed esperienze passate attraverso gli altri. Pensiamo ad esempio al nostro nome, la cosa che, per prima, ci rende “noi stessi”. Il nostro nome non è nostro: nel momento in cui rispondo con il mio nome alla domanda “chi sei?” sono già spossessata di me perché in quel nome sono sintetizzate le scelte, i desideri, le  fantasie dei miei genitori. Quando la libertà viene intesa come negazione e rifiuto di qualsiasi eredità simbolica che ci viene dagli altri, come opposizione, ribellione, individualismo è un’illusione. Che tipo di la libertà allora?  Una libertà che permetta allo stesso tempo di integrare “il limite” e l’eredità simbolica che ci deriva dagli altri, per partire da essi e costruire di più, non quindi libertà come negazione, svincolo assoluto,“piazza pulita”, libertà come possibilità di andare oltre, di trovare una soluzione unica e particolare, che non sia però di “ferita” all’altro, di rifiuto dell’altro. Una libertà come effetto di creatività: è possibile creare un proprio stare al mondo unico e originale pur non spezzando legami?

 

  1. Abolizione dell’ideale universale di felicità e di benessere e di normalità. La psicanalisi non mira a conformare il soggetto a nessun ideale scientifico di normalità ma lo consegna alla responsabilità di fronte alla singolarità del proprio desiderio.  Anche alcune attuali psicoterapia sono diventate una variante contemporanea del discorso del padrone che impongono una sottomissione alla nuova legge chiamata Standard della Normalità. La psicanalisi ci insegna che la normalità e l’iper adattamento sono essi stessi patologie. La psicanalisi vuole riportare i soggetti a una loro verità che li renda esperti di se stessi.

 

Concludendo…

Riassumendo l’anoressia e la bulimia si inscrivono come prodotti culturali di un momento sociale in cui: il primato dello sguardo e dell’immagine, la riduzione del corpo a oggetto-forma, la ricerca del godimento solitario attraverso il consumo privato, l’impossibilità di tollerare le mancanze e l’illusione di placarle con oggetti-riempitivi e sostitutivi ai legami, l’ideologia del benessere come padronanza dei propri impulsi, rendono il cibo e il corpo due possibili oggetti su cui traghettare il proprio sintomo.

E’ vero d’altra parte che esistono tante anoressie e bulimie quanti sono i soggetti che le portano. Ciò significa che non si potrà mai conoscere “perché” ciascun soggetto ha fatto sintomo se non ascoltando la sua storia singolare che s’intreccerà in modo assolutamente unico e non generalizzabile al corpo e al cibo.

Ascoltando le storie dei soggetti scompare quella tentazione (così in voga ai nostri giorni) di voler ridurre ogni effetto (patologia?) a cause e categorie universali e scientizzate. Del resto ogni soggetto, per denunciare di soffrire, deve agganciare il proprio disagio a dei segni che siano riconoscibili dalla collettività e dal tempo in cui vive.

I sintomi devono parlare il linguaggio del tempo per essere riconosciuti, letti, dagli altri e perciò raccolti. E oggi il linguaggio del nostro tempo offre il corpo e il cibo come alfabeti disponibili e comprensibili da tutti per creare un allarme.

 

Dott.ssa Laura Cioni

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