Il sentiero

Il sentiero, Bosnia-Erzegovina, 2011. Regia di Jasmila Zbanic. Principali interpreti: Zrinka Cvitesic, Leon Lucev.

Nella Sarajevo post-bellica Amar e Luna, una coppia bosniaco-mussulmana, si amano e desiderano avere un figlio, che però fa difficoltà ad arrivare. Ricorrono dunque all’aiuto della scienza che promette loro, purché i protocolli vengano seguiti scrupolosamente, un risultato sicuro.

Un’apparente dimenticanza di Amar fa emergere il suo sintomo: l’alcolismo. Arriva la sospensione dal lavoro e l’inizio di un percorso di terapia. Il caso però porta Amar a incontrare un vecchio compagno d’armi, che ora è diventato wahbita (il wahbismo è un movimento riformatore fondamentalista mussulmano). Amar, pian piano, si lascia catturare dai discorsi, a volte chiaramente contraddittori, (“abbiamo bisogno di soldati per costruire la pace”) e dal modo di vita dei wahbiti (pratiche religiose quotidiane, rinuncia al fumo e all’alcol, vita comunitaria, rigida separazione tra uomini e donne). Amar si trasforma dunque, abbastanza velocemente, in un fervente wahbita. Luna si sforza di ritrovare l’uomo che amava, anche per i suoi difetti, ma è come se lui fosse diventato un altro. Inoltre, dopo aver smesso di seguire i protocolli per favorire la gravidanza, Luna si ritrova, proprio ora, inspiegabilmente incinta. La vita, e sopratutto quella in arrivo, la mettono di fronte alla necessità di una scelta.

Quello che mi sembra interessante in questo film è l’aver colto come, per certi soggetti, un sintomo, ossia qualcosa che non va ma di cui non si riesce a fare a meno, possa svolgere una funzione di vera e propria tenuta della vita psichica. Ne consegue che, per poter eliminare il proprio sintomo, il soggetto deve riuscire a rimpiazzarlo con qualcos’altro che, indipendentemente dal modo in cui si presenta, viene a svolgere, necessariamente, la stessa funzione.

Dott. Ezio De Francesco