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L’Obesità e l’industria della dieta

L’obesità ha raggiunto proporzioni allarmanti in tutte le società a capitalismo avanzato, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha coniato il termine “globesità” per sottolineare l’estensione e la drammaticità del fenomeno. L’obesità non ha confini di età, sesso, razza o religione e si inserisce in una società dove il consumo di oggetti sembra dover illusoriamente riempire tutti i vuoti e le mancanze.

In Italia il 32% degli adulti risulta in sovrappeso e l’11% risulta obeso.
L’obesità infantile ha raggiunto livelli allarmanti, il 22,2% dei bambini è in sovrappeso e il 10,6% risulta obeso.
Le cause dell’obesità possono essere multifattoriali: biologiche, psicologiche, familiari e culturali.
Varie correnti di pensiero sostengono che l’obesità è:
1) un disturbo del comportamento alimentare
2) una dipendenza patologica (rapporto tossicomanico con il cibo)
3) regolatore degli stati emotivi in soggetti portatori di instabilità affettiva
Gli stili alimentari delle persone obese sono molto variabili da un individuo all’altro e anche da una fase ad un’altra della vita.
Nell’obesità, così come nell’anoressia è il corpo che si rende visibile allo sguardo, perché mette in evidenza una disfunzione, un qualcosa che non va, sia per difetto che per eccesso.
L’obesità si può declinare sul versante dell’alimentazione incontrollata o su quello iperfagico. Nell’alimentazione incontrollata abbiamo la perdita di controllo, i continui fallimenti di diete, la sensazione di perdita di padronanza, mentre nel versante iperfagico non c’è la perdita di controllo ma un mangiare continuo, anche in assenza di fame.
Milioni di persone cercano trattamenti per l’obesità e la maggior parte dei soggetti obesi lotta invano per perdere peso e si biasima per gli insuccessi.

La storia naturale dell’obesità è spesso caratterizzata da un aumento di peso progressivo, un anno dopo l’altro. Il ricorso alle diete tende a spezzare il processo e a produrre diminuzioni di peso quasi sempre temporanee, seguite da incrementi che oltrepassano anche il peso che precedeva la dieta.
Questa è diventata la “sindrome dello yo-yo” che, sul piano psicologico, porta frustrazione, senso di incapacità e vissuti depressivi. Alcuni autori la definiscono la “sindrome della falsa speranza”; una sorta di coazione a ripetere, che porta la persona obesa a continuare a tentare la stessa operazione che ha già fallito più volte, senza cambiamenti sostanziali né di metodo, né di posizione soggettiva e quindi, senza che nulla renda meno impossibile il fallimento.
Su questo si innesca il mercato dell’industria della dieta, nata in America, che comprende tutte le iniziative commerciali che propongono sistemi di vario genere per perdere peso. Basti pensare che gli enti preposti alla difesa dei consumatori riportano dati che collocano l’industria della dieta ai primi posti per la pubblicità ingannevole.

Purtroppo, solo recentemente si sta individuando come modalità di cura la necessità di trattamento multidisciplinare che possa effettuare una presa in carico della persona nella sua individualità e globalità, in modo da aiutare la persona a cambiare la sua posizione soggettiva rispetto al cibo e al peso.

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