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IL TRATTAMENTO DEI DISTURBI ALIMENTARI IN CONTESTI ISTITUZIONALI

Il trattamento dei disturbi alimentari in contesti istituzionali

Il trattamento dei disturbi alimentari in contesti istituzionali

 

di Cecilia Domenichetti

L’aspetto di accordo comune tra la maggior parte degli autori del libro riguarda la necessità di un intervento multidisciplinare di equipe e di rete nel trattamento di questi pazienti come anche l’essenzialità del porre al centro del progetto di cura la singolarità del soggetto.

Come avviene il processo di cura per i disturbi alimentari in struttura residenziale-riabilitativa?

“Il trattamento dei disturbi alimentari in contesti istituzionali” fornisce una chiara risposta a tale domanda volendo configurarsi come un luogo di dibattito e di incontro dialettico tra i principali esperti, nel contesto nazionale, nella cura dei pazienti con disturbo alimentare in istituzione e regime di ricovero.Nasce dal lavoro clinico di quindici anni  dell’equipe multidisciplinare integrata della comunità residenziale a orientamento analitico, “La Vela” di Moncrivello (VC), per il trattamento della bulimia e anoressia. L’intento è appunto quello di offrire uno spunto di riflessione condiviso sugli aspetti fondanti il lavoro terapeutico residenziale di pazienti con disturbo alimentare, sottolineando al contempo i nodi problematici legati al processo di cura che, di conseguenza, ne ostacolano l’efficacia.

Suddiviso in quattro parti il testo si focalizza sia sugli aspetti metodologici del trattamento dei disturbi alimentari, sia sul significato che il sintomo acquisisce sul singolo paziente, in base alla storia di vita personale e clinica, e sulle conseguenti difficoltà legate al disturbo, quali ad esempio la non accettazione della propria immagine corporea.

In un’ottica di inserimento del paziente nella cura, che non sempre corrisponde all’affettivo inizio della terapia, risultano essenziali alcuni elementi: per Cuzzolaro il contratto terapeutico stipulato dal paziente al suo ingresso che costituisce un limite rispetto alla deriva sintomatica del corpo, per Cordeschi la necessità di definire il setting e la posizione dell’analista in un’ottica più partecipativa dipendentemente dal deficit di identità e della dipendenza adesiva che spesso si osserva in questi pazienti.

La struttura residenziale diventa quindi, secondo Sarnicola, un contenitore psichico utile alla persona per trovare e sperimentare una propria modalità di legame con l’altro.Come sottolinea lo stesso Fadda, aspetto non trascurabile nel trattamento istituzionale del paziente con DCA, è il piano nutrizionale che ha come obiettivo non tanto l’eliminazione del sintomo, quanto una sua riduzione di centralità e di rilevanza nella vita del paziente:  il cibo perde interesse e si sgancia dall’essere il fulcro su cui ruota la quotidianità. Occorre quindi un intervento clinico-nutrizionale che tenga in considerazione il valore simbolico del cibo e il rapporto, spesso conflittuale, che il paziente ha con ogni singolo alimento.

Molto interessante risulta la differenza che Giuseppe Saglio mette in luce tra le espressioni “prendere corpo” e “dare corpo”, la prima come acquisizione di forma e sostanza, la cui negazione caratterizza il soggetto con disturbo alimentare; “dare corpo” sta ad indicare invece il moto, la spinta che muove la persona che soffre di tali disturbi verso l’attuazione di un progetto terapeutico e presuppone una scelta che implica un processo di consapevolezza delle proprie debolezze e vulnerabilità. In quest’ottica lo spazio della cura e quindi del possibile cambiamento, è quello in cui il paziente si riconosce e nasce dalla possibilità di abitare uno spazio che permette di diventare un corpo.

La conclusione del percorso di ricovero, determinato non necessariamente da una scomparsa del sintomo ma dettato da un miglioramento delle condizioni clinico-nutrizionali, è spesso, per il paziente, vissuto con estrema difficoltà in quanto vera e propria“separazione”.  In questo quadro un lavoro integrato di rete tra i servizi territoriali e la struttura comunitaria includendo la famiglia dall’ingresso al termine del percorso istituzionale del paziente, è un fulcro nella cura dei pazienti con disturbo alimentare.

Vi sono quattro livelli  di trattamento necessari per una presa in carico integrata: ambulatorio, day-hospital, ricovero ospedaliero e riabilitazione residenziale. In quest’ottica si colloca l’interdisciplinarietà dei differenti interventi di cura ma anche un precoce intervento di prevenzione primaria e secondaria nelle scuole al fine di cogliere i primi segnali della presenza del disturbo.

Tanto più la rete risulta integrata e collaborante, tanto più sia l’esito sintomatico sia il reinserimento sociale del paziente, in seguito al ricovero, risulteranno positivi. Si tratta di un vero e proprio continuum del trattamento clinico-nutrizionale che a partire dalla struttura residenziale prosegue attraverso i servizi territoriali. Tra questi, come sottolinea Saragò, il centro Diurno si inserisce come un dispositivo terapeutico che riduce i fenomeni regressivi spesso esacerbati durante il ricovero, costituendo un ponte territoriale privilegiato tra la struttura e terapeutica e la vita quotidiana.

Nonostante i differenti tipi di pensiero e di esperienze professionali,  l’aspetto di accordo comune tra la maggior parte degli autori del libro riguarda la necessità di un intervento multidisciplinare di equipe e di rete nel trattamento di questi pazienti come anche l’essenzialità del porre al centro del progetto di cura la singolarità del soggetto: fondare il trattamento su un approccio personalizzato, caso per caso (anche dal punto di vista nutrizionale), che, soprattutto nei pazienti di giovane età, includa anche la famiglia producendo un cambiamento nelle relazioni, alla ricerca di una soluzione alternativa e meno invalidante dello stesso sintomo alimentare.



 

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