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DIPENDENZE AFFETTIVE: prospettive teorico – cliniche

 

Il tema della dipendenza affettiva è attuale sia per motivi psicopatologici sia per motivi culturali, perché si tratta di una condizione mentale tipica del nostro tempo.

La sua fenomenologia trova molte similarità con la dipendenza da sostanze, è noto, infatti, come le dinamiche psicologiche alla base di una dipendenza patologica siano le stesse qualunque sia l’oggetto da cui si dipende. In presenza della persona amata o di oggetti ad essa legati, si vivono sentimenti di euforia e desiderio sfrenato oppure, quando subentra la separazione, condizioni di umore depresso, irritabilità, ansia e rabbia, anedonia e senso di vuoto.

In questi soggetti si possono osservare frequentemente pensieri ossessivi e attenzione quasi totalmente focalizzata sulla persona amata anche in sua assenza; vengono inoltre utilizzate modalità di relazione e di comportamento disfunzionali che portano a conseguenze negative e persino a vivere un disagio significativo e un senso di malessere profondo che tuttavia viene mantenuto.

L’elemento più evidente sul piano cognitivo ed emotivo, nel caso in cui l’oggetto di dipendenza sia un’altra persona, consiste nella ricerca costante di figure protettive accudenti e incoraggianti con cui stabilire e mantenere un legame affettivo stabile.
Il desiderio di protezione e di accoglienza, in particolar modo nei momenti esistenziali più difficili, è funzionale all’esistenza dell’individuo.

In tempi di crisi dei valori e di instabilità e precarietà delle relazioni, questo tipo di dipendenza diventa una fonte di sicurezza alternativa che, come tale, tende a selezionare stili di attaccamento ambivalenti o conflittuali e a favorire la formazione di legami affettivi incostanti e deboli.
Dalla letteratura scientifica in materia risulta che il 99% dei soggetti dipendenti affettivi sono di sesso femminile (D. Miller, 1994).
Si tratta di donne di età diversa: dalle post-adolescenti (età dai 20 ai 27) fino alle adulte con figli piccoli (al disotto dei 14 anni), ma anche grandi, vale a dire la fascia di età che si calcola intorno ai 45 anni (dai 45 ai 50 anni). Sembra si tratti di donne fragili, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, donne che si sentono inadeguate e che hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto a stare bene.

La dipendenza affettiva è essenzialmente una condizione relazionale caratterizzata da una cronica assenza di reciprocità: il dipendente affettivo non riesce a conservare la propria individualità in un rapporto né a porre dei confini fra se stesso e l’altro, si attacca in modo eccessivo, immagina che il proprio benessere dipenda dall’altro, teme più di ogni altra cosa l’abbandono e la solitudine; e, paradossalmente, sono proprio queste paure che lo portano ad essere sempre più geloso ed ossessivo verso il partner.

Secondo J. Bowlby (noto Psicoanalista britannico che ha elaborato la Teoria dell’Attaccamento) le modalità di attaccamento dell’individuo hanno radici nel legame madre-bambino. La funzione di base sicura inizialmente assolta dalla figura genitoriale, diviene poi, attraverso l’interiorizzazione dei comportamenti e degli affetti, una struttura interna che caratterizzerà le future relazioni. Quando questo rapporto è armonico e si sviluppa in modo sufficientemente buono, allora viene fornita al bambino un’iniziale fiducia in se stesso e nel mondo che costituisce le basi dell’autostima. Quando non si realizza tale attaccamento, possono viceversa svilupparsi modalità relazionali disfunzionali.

La dipendenza affettiva troverebbe dunque la sua origine in bisogni infantili inappagati: i bambini i cui bisogni d’amore rimangono non riconosciuti, possono adattarsi imparando a limitare le loro aspettative.
Da adulti questi soggetti rischieranno di dipendere dagli altri per quanto concerne la cura di se stessi e la soluzione dei loro problemi; temendo di essere respinti, rifuggiranno il dolore, non avranno fiducia nelle loro abilità fino a giudicarsi persone non degne d’amore.

È certamente difficile stabilire in quale misura le diverse situazioni familiari incidano sulle successive relazioni, ma di certo esse hanno un ruolo nello sviluppo di relazioni caratterizzate da dipendenza affettiva, e quindi incidono sulla tendenza ad instaurare un legame di tipo simbiotico con il partner.

M. Mahler (Psicoterapeuta ungherese, esponente di spicco della Psicologia dell’Io) considera il ciclo di vita come un alternarsi tra fasi di avvicinamento ad una base sicura e fasi di separazione-individuazione. L’individuo, secondo l’autrice, alterna l’esigenza di protezione, sicurezza, calore e ristoro, al bisogno di esplorare l’ambiente e se stesso. Questo modo di rapportarsi con l’esterno nel legame simbiotico viene meno perché non può essere tollerata la separazione, ed è proprio l’intolleranza al distacco a costituire il cuore della dipendenza affettiva. Questo perenne stato di non separazione mette in gioco principalmente il proprio senso d’identità personale più profondo che si trova ad essere confermato o disconfermato dalla presenza o meno del partner.

Le persone che vivono una dipendenza affettiva sono spaventate da ogni cambiamento e sopprimono ogni desiderio e ogni interesse, mentre il bisogno disperato di sicurezza fa da guida ad ogni progetto emotivo.

Considerando la soggettività di ogni persona, gli interventi terapeutici con il paziente con dipendenza affettiva devono sostenerlo affinché recuperi la propria identità e il contatto con i propri bisogni, rimettendo se stesso al centro della propria vita psichica. Questo obiettivo può essere raggiunto aiutandolo ad acquisire consapevolezza di sé e delle dinamiche psicologiche caratterizzanti la propria storia. Allo stesso tempo, si deve aiutare la persona ad individuare i mezzi e le possibilità che gli consentano di trovare un diverso modo di stare in relazione in modo tale che, una volta riconosciuti e tollerati i propri bisogni, eviti di crearsi una dipendenza patologica da un altro.

Dott.ssa Rossana Vercellone

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