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Perchè essere felice quando puoi essere normale?

 

 

Jeanette Winterson, Mondadori 2012, 

Jeanette Winterson è nata nel 1959 e vive a Londra. Considerata la più importante scrittrice inglese della sua generazione, ha esordito nel 1985 con “Non ci sono solo le arance” (Mondadori 1994), vincendo il prestigioso Whitbread First Novel Award.

“Perché essere felice quando puoi essere normale?” è il suo ultimo romanzo, quello in cui, più che in ogni altro, racconta la propria storia.

Nell’autunno del 1975 la sedicenne Jeanette Winterson deve prendere una decisione: rimanere a vivere nella casa dei genitori adottivi o continuare a vedere la ragazza di cui è innamorata e vivere in una macchina presa in prestito. Sceglie la seconda strada, perché tutto quello che vuole è essere felice. Tenta di spiegarlo alla madre che però le chiede: “Perché essere felice quando puoi essere normale?”.

Da qui prende le mosse il racconto intenso ed emozionante di una parte della propria vita che la scrittrice regala ai suoi lettori. Questa non sarà la risposta a una domanda atroce, bensì il racconto intimo e personale di un’infanzia trascorsa fra un padre indifferente e una madre che passa le notti sveglia ad ascoltare il Vangelo alla radio, impastando torte e lavorando a maglia.

È la storia di una personale lotta per resistere alle prepotenze di una donna che trova normale lasciare la figlia fuori dalla porta tutta la notte e sottoporla a esorcismi liberatori. Una madre incombente come l’orco delle fiabe, o il drago di san Giorgio, spinosa come la chiave di Barbablù, che più che essere persona, è soglia.

È anche la storia del dolore e dello smarrimento legati al sapere di essere stati generati da una donna che non conosci e accudita da una che non capisci.

In una recente intervista, la Winterson, a proposito del nuovo romanzo, ha parlato anche di questo tema delicato, affermando: “Tutti i bambini adottati soffrono di scarsa autostima. Perché se da una parte ti senti superman, che può fare tutto perché non appartiene a niente e nessuno, dall’altra ti senti inadeguato e inferiore. E quella ferita non scompare, non deve, ma la cosa importante è disinfettarla in modo che quando sanguina non infetti l’intero organismo. Le ferite sono dei marchi e dei doni. Perché solo da quel posto puoi accettare e comprendere la tua inadeguatezza, i tuoi fallimenti e quelli degli altri. Capisci che possiamo farci del male a vicenda, è umano. Così ho perdonato l’abbandono della mia madre naturale”.

Jeanette, nella vita e nel romanzo, lotta per affermare se stessa, la propria omosessualità, l’amore per i libri e la scrittura.

Il romanzo diventa, dunque, anche la storia dell’amore e dell’esigenza dell’elemento che più di ogni altro le ha garantito questa sopravvivenza: la letteratura. Essa le ha fornito uno spazio protetto in cui cercare quell’affetto stabile che in casa sembrava mancare irrimediabilmente, un amore che resiste anche quando la madre scopre i libri che Jeanette nasconde e li dà alle fiamme.

Con coraggio e onestà intellettuale, Jeanette Winterson scava nei propri pensieri e sentimenti di bambina, adolescente e donna, ricostruendo, al tempo stesso, la sua dolorosa ricerca della famiglia naturale. A distanza di anni, recupera e racconta la sua realtà: dal quotidiano, agli affetti, alle letture; una realtà di parole scritte, una storia di salvazione attraverso le parole scritte i moniti della Bibbia, la letteratura inglese dalla A alla Z, la poesia che è più facile da tenere a memoria, i romanzi e i saggi dell’autrice e quelli degli altri che paiono essere l’unica consolazione nel freddo della brughiera inglese e di un’adolescenza desolata dall’amore mancato. Scava dentro di sé Jeanette e fa uscire tante sensazioni che sono comuni a molti come la ribellione adolescenziale e il diritto a ricercare la felicità, qualunque essa sia.

La scrittura è essenziale e minimale e, al tempo stesso, pura, ironica e sentimentale. Quasi ogni frase di questo libro sembra contemporaneamente spina e carezza ed esprime l’urgenza di raccontare il dolore, di essere felice, di vivere e soprattutto di amare trovando un proprio percorso e un modo felice di amare e soprattutto essere amata.

Il libro, nel suo scorrere impetuoso, riesce ad andare al di là della biografia: parla dell’amore, della mancanza, della perdita, della ricerca di identità. Non è una lettura facile, ma una volta dentro è particolarmente difficile staccarsene: la Winterson è davvero capace di mettersi a nudo e di esplorare il mondo delle emozioni, anche le più oscure: “Tutto quello che è successo in quei due anni è stato una questione di vita o di morte: non c’è dubbio che le chance erano 50/50. Quando arrivi al limite della vita hai davanti un muro e ti sembra che non ce la farai mai ad attraversarlo perché è completamente solido. In quel periodo sognavo spesso di essere in una di quelle terribili stanze che diventano sempre più piccole e sapevo che per sopravvivere dovevano esplodere i muri. Cosa che è successa e che mi ha rivelato dall’altra parte gioia e un ritorno di amore per la vita. Ora ho davanti altri 25 anni, gli stessi intercorsi tra “Le arance” e “Perché essere felice”. E voglio che siano belli. Voglio indietro la mia vita. Non sprecarla più“.

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