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25 Novembre Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne


Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per la lotta contro la violenza sulle donne. Una data importante per il Movimento internazionale delle donne, scelta in onore delle sorelle Mirabal, attiviste della Repubblica Dominicana, uccise proprio il 25 novembre 1961 a causa della loro opposizione al regime dittatoriale.
Il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne definisce ‘violenza’: “ogni atto (..) che provochi o possa provocare danno fisico, sessuale, psicologico o una sofferenza, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia in pubblico che nella vita privata”.
Gli atti di violenza di genere possono includere, tra gli altri, la violenza domestica, l’abuso sessuale, lo stupro, le molestie sessuali, la tratta delle donne, la prostituzione forzata.
In Italia l’esercito delle vittime è composto da sette milioni di donne, per lo più tra i 16 e i 24 anni. I maggiori responsabili, i partner.

In occasione di una data tanto significativa, il Centro CPF-FIDA Torino vuole dare il suo contributo, di riflessione e confronto, attraverso uno dei testi italiani recenti che ha cercato le parole per esprimere tutta la gravità di questo tragico fenomeno.

Michela Murgia e Loredana Lipperini, due tra le voci più forti del mondo della cultura femminile italiana, nel loro libro “‘L’ho uccisa perché l’amavo (falso!)” -edito da Idola Laterza-, con precisione e lucidità riflettono sul tema del femminicidio e della violenza contro le donne.

Lo scritto prende avvio direttamente dal titolo, ovvero da quell’assunto – che in primis ci viene offerto dai media e dal senso comune – secondo cui le donne trovano la morte per mano dei loro uomini, muoiono all’interno di una relazione amorosa, più o meno deteriorata.
La falsa credenza tuttavia, sostengono le autrici, è frutto di una manipolazione costante che, in questo specifico caso, viene giocata sul corpo delle donne.
“L’ho uccisa perché l’amavo (falso!)” è uno scritto a metà strada tra l’inchiesta giornalistica e la riflessione letteraria, attingendo a cronache, immagini, significati e retaggi che appartengono alla cultura contemporanea.
Attraverso l’uso di inserti che vanno dal cinema alla musica, passando per i classici della letteratura, le autrici espongono il loro punto di vista sul femminicidio, ovvero sull’uccisione delle donne in quanto tali (questo e’ vero!).
Il filo rosso di queste pagine, valore fondamentale per Murgia e Lipperini, è rappresentato dall’importanza di trovare le parole, in alcuni casi di riappropriarsene, poiché solo da qui può cominciare una presa di coscienza di qualcosa che si stenta a definire fenomeno sociale, ma che nell’esteriorità, lo diventa: il femminicidio.
Non si tratterebbe di un reato ascrivibile ad uno stato di indigenza o arretratezza culturale; non vi è un comune denominatore che indichi una specifica caratteristica socio-economica dell’assassino.
La riflessione che emerge dal libro, e che sembra incontrare conferma nella cronaca, sostiene che a morire sono donne che hanno detto NO.
Quelle che hanno rifiutato qualcosa che non desideravano più, o che faceva loro del male.
Il femminicidio sarebbe dunque la risposta violenta alla libertà femminile. Invece di comprenderle, gli uomini uccidono le donne che hanno osato abbandonarli o hanno semplicemente espresso un’esigenza di libertà.

Nel loro libro, Michela Murgia e Loredana Lipperini esprimono quello che in questi anni hanno individuato come causa del femminicidio in un “doppio nodo”: quello del dominio e del mancato riconoscimento.
Chi commette femminicidio è l’uomo che utilizza la violenza per reprimere e punire la donna che ha fatto un’altra scelta di vita.
Il libro evidenzia la necessità di produrre un nuovo sguardo sul tema in grado di smascherare le consuetudini e superare preconcetti e luoghi comuni ancora tanto radicati sui ruoli maschili e femminili.
Si tratta di un invito a crescere nella consapevolezza dell’importanza che rivestono le parole con la loro funzione di svelare e denunciare.
Infatti, come dicono a gran voce le due scrittrici: “In Italia e nel mondo muoiono donne di ogni ceto e ogni educazione, uccise da uomini potenti, ricchi e colti nella stessa misura in cui a farlo sono uomini poveri, ignoranti o in fondo alla scala sociale”.
Per questo parlare, denunciare, sforzarsi di comprendere, provare a intervenire e’ dovere di chiunque lo possa fare.

Sull’onda di queste importanti riflessioni, ci appare altresì adeguato citare un intervento di Michela Marzano, filosofa e parlamentare PD, nell’aula della Camera, nel corso del dibattito relativo all’approvazione della legge sul femminicidio :
”Non si può combattere la violenza se non si educano le ragazze alla consapevolezza del proprio
valore e della propria libertà. Esattamente come non si può combattere la violenza se non si educano i ragazzi alla consapevolezza del valore e della libertà altrui. L’educazione e’ il primo strumento che abbiamo a disposizione per estirpare le radici della violenza. (…) Modificando i manuali scolastici e formando gli educatori (…)Tutto parte da lì (…) Dobbiamo far capire a tutti e tutte, fin da piccoli, che il proprio valore è intrinseco e non strumentale; che ogni persona, a differenza delle cose che hanno un prezzo, non ha mai un prezzo ma una dignità; che la dignità non dipende da quello che gli altri pensano di noi, da quello che gli altri ci dicono o meno, da quello che gli altri ci fanno”.

Ci sembra questo un valido esempio di come si possano usare le parole, vere armi di difesa, a volte, contro la violenza.
Sosteniamo anche noi, come Centro, tutte le iniziative che hanno il merito di dare parola a chi non ce l’ha o non riesce ad utilizzarla.
Questo è anche il nostro impegno da sempre, laddove, ci occupiamo del disagio alimentare che utilizza sintomi al posto delle parole.
Disagi come la bulimia e l’anoressia in cui di si “riempie la bocca” per l’impossibilità di dire o in cui “non si riesce a mandare giù” contenuti estremamente indigesti e difficili da elaborare.

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