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La Biografia della Fame

Amélie Nothomb autrice di culto in Francia, è diventata molto nota ed apprezzata anche in Italia.

Autrice prolifica, ha scritto oltre cinquanta romanzi, non tutti pubblicati ed è caratterizzata da una passione letteraria compulsiva: legge ed è curiosa verso tutto.

Proprio in “Biografia della fame” Amelie racconta delle origini di tale passione sfrenata:

Fortunatamente c’era Juliette. Con lei l’eccesso era assoluto, incondizionato. […] Stravedevo per lei. Mio padre e mia madre la lodavano perchè leggeva Thèophile Gautier. Ecco un modo per sedurre mia madre. Decisi di dedicarmi a letture al di sopra della mia età. Lessi I miserabili. Lo adorai. Cosette perseguitata dai Thènardier, era bellissimo. L’inseguimento di Jean Valjean da parte di Javert mi affascinava. L’avevo letto perchè mi ammirassero. Leggevo e scoprivo di essere io ad ammirare. L’ammirazione era un’attività deliziosa, dava un pizzicorino alle mani e facilitava la respirazione. La lettura era il luogo privilegiato dell’ammirazione. Presi a leggere molto per ammirare spesso.

Ma prima di incontrare e riconoscere tale passione e predisposizione, Amèlie attraversò una profonda e tormentata sofferenza: l’anoressia, l’autoaggressività.

La fame è universale, è storia, è vita.

Fame imposta e fame scelta. Amelie conoscerà entrambe.

La fame sono io“, scrive all’inizio del romanzo che potrebbe essere la sua autobiografia.

“Biografia della fame” è, infatti, il racconto della sua infanzia vista attraverso gli occhi della fame: fame di cibo, ma anche di amore, di bellezza e di avventure, che cambia forma attraverso le diverse esperienze di vita fatte nei vari paesi in cui è costretta da una vita nomade a causa del lavoro da diplomatico del padre: dal Giappone, alla Cina per arrivare al Bangladesh e ad altri paesi dove la fame è protagonista.

Proprio in quei luoghi, Amèlie, appena adolescente, sublima la sua fame eccessiva trasformandola nel suo opposto: l’anoressia.

Nel racconto emerge, in modo forte, tra le altre, una delle tematiche care all’autrice: la forte attrazione per una deriva masochistica dell’esistenza e dei comportamenti umani, l’autopunizione attuata attraverso un’anoressia scelta, voluta, corteggiata sino al limite della morte a soli tredici anni.

Nelle prime pagine ci da una splendida definizione di “malattia”:

[…] era mal à dire, fatica a dire. Il malato era colui che faceva fatica a dire qualcosa. Il suo corpo lo diceva la posto suo sottoforma di malattia.”

Un’espressione enormemente efficace per parlare anche dell’anoressia e delle malattie che trovano la loro manifestazione in un rapporto alterato con il cibo.

La giovane ragazza sperimenta la sensazione inebriante, ben nota a chi soffre di un disagio alimentare, in cui la fame, il bisogno, il desiderio lasciano spazio ad una resistenza che da gioia:

Avevo ucciso il mio corpo. Vissi la cosa come una vittoria strabiliante […] non provavo più niente […] mi manteneva in un’era glaciale dove i sentimenti non premevano piu.

Ad un certo punto, però, Amelie, ebbe un’epifania sconvolgente. Con le sue parole:

Avendo eliminato il cibo, decisi di mangiare tutte le parole.

Sarà proprio questa scoperta, sconvolgente, curiosa, atipica che fa scattare qualcosa nella futura scrittrice.

Tale era il gusto e il desiderio per le parole che si accorse che le era indispensabile il buon funzionamento del cervello, poiché il continuo dimagramento le faceva percepire il venir meno di una mente ben funzionante.

Proprio in quel tempo, scoprì un modo per dire quel qualcosa che, prima, solo il corpo riusciva a dire. E scoprì, di conseguenza, che: “L’ascesi non arricchisce la mente. Le privazioni non costituiscono una virtù.

La morte incrociata a tredici anni allora, viene combattuta proprio dal corpo “la mia testa si arrese, il mio corpo si ribellò contro la mia testa. Rifiutò la morte”.

Il corpo ricominciò a mangiare, tra le lacrime e con angoscia per la sofferenza causata alla mente.

La consapevolezza di essere imprigionata in un corpo malato e in una mente ossessionata dall’autodistruzione, si fece chiara, feroce.

L’anoressia mi era servita come lezione di anatomia. Conoscevo il corpo che avevo scomposto. Si trattava adesso di ricostruirlo” Amèlie scoprì, con stupore e meraviglia, che la scrittura era un’efficace alleato in questo.

Il libro é una vera e propria autobiografia da mangiare con gli occhi. Dalla passione di Amélie per i dolci, alla potomania, questo libro, è importante sottolinearlo, parla anche di anoressia, ma non solo di essa, poichè la non fame è stata vinta dall’autrice grazie alla fame di letture che l’ha accompagnata per tutta la vita ed è esplosa nella passione per la scrittura a partire dal 1989.

Alla fine la scoperta è grande: la felicità è trovare un luogo in cui si è felici e restarvi… che si tratti di una città oppure di un luogo metaforico come la letteratura.

 

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