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Il mio corpo elettrico

Il mio corpo elettrico

 

Lori Lansens

ED. Mondadori 2010

 

Recensione a cura della Dott.ssa Rossana Vercellone

 

“… sto imparando come fare a essere arrabbiata, triste, malinconica, allegra, emozionata, dispiaciuta, felice. Sto imparando ad assaporare ogni cosa. Sto intrecciando i fili di seta della mia storia, tesso la stoffa del mio mondo… non esistono pozioni magiche, non si può cancellare tutto per sempre. Ci sono solo piccoli passi verso l’alto; una giornata più facile, una risata inattesa, uno specchio di cui ormai non mi importa più…” – “Wintergirls” L. H. Anderson

Il mio corpo elettrico” di L. Lansens: un bel romanzo sulla vita e le emozioni di una donna in lotta con il cibo.

In pochi altri luoghi come nei romanzi incontriamo emozioni, sentimenti immagini che ci appartengono e che trovano nelle pagine le parole per essere espressi e condivisi.

In questo caso, ci aiuta a fare una riflessione sul disagio alimentare il romanzo “Il mio corpo elettrico” della scrittrice canadese Lori Lansens.

Ne è protagonista Mary, una donna obesa di 43 anni che, alla vigilia delle nozze d’argento, viene lasciata dal marito che scompare nel nulla.

Per un attimo, Mary crede di impazzire, perché, come scrive la Lansens “[…] aveva così tanti commiati rimasti inespressi che le venne fatto di pensare che la vera causa della sua fame potesse essere l’accumulo di tutti quegli abbandoni“. Il dolore per quell’abbandono sembra insuperabile, il suo corpo ne viene fisicamente scosso, percorso da una scarica elettrica… il cuore sembra esplodere.

Poi però, qualcosa accade.

Mary finisce per vivere avventure che, proprio a causa della sua condizione, prima non avrebbe neppure immaginato: fino a quel momento, infatti, aveva sempre vissuto, in una sua dimensione, ai margini della vita reale e delle responsabilità, delegando quasi tutto al marito.

L’afflizione nutriva la bestia che era in lei, e con l’arrivo della mezza età le si erano presentate nuove e più grandi opportunità di sentirsi afflitta. […] Per questo Mary aveva accumulato tredici chili per la malattia di sua madre, sette e nove per i due aborti spontanei, quattro chili e mezzo per la morte del padre, altri quattro e mezzo per la morte di Mr Barkley, il suo adorato gatto”. […] Schiacciata e sedotta dal cibo, ormai il suo antidepressivo.

E’ brava la Lansens a descrivere gli stati d’animo e le emozioni di Mary, una donna in continua lotta con il cibo, con il peso, con il corpo che ormai sembra non appartenerle più, pur essendo imprigionata in esso.

In seguito alla fuga del marito, la donna si trova costretta ristabilire un rapporto nuovo con la sua vita fino ad allora vuota, il suo enorme corpo, la sua fame insaziabile.

La storia di Mary che, per certi aspetti, potrebbe essere la storia di molte donne, ci fa riflettere sulla frequente discriminazione delle persone in soprappeso, sul disagio di cui possono essere portatrici, sul profondo malessere che vive in chi lotta quotidianamente col cibo.

In realtà, poi, andando oltre la trama, oramai sappiamo che, non fa troppa differenza che di cibo se ne mangi troppo o non se ne mangi affatto: può diventare comunque un nemico insidioso, perdendo il suo significato e il suo valore originari.

Il problema di Mary è che si abbandona alla fame incontenibile di quella che lei chiama “obestia” (originale crasi della Lansens tra “obesità” e “bestia”), da cui immagina di essere dominata al punto che il suo corpo non appartiene più a lei, ma all'”obestia” stessa.

All’inizio del romanzo, tenta infatti, con difficoltà e frustrazione, di “… distrarre l’obestia che era in lei…” e che la costringeva a cedere al “… dolce e poi il salato. Un imperativo biologico senza dubbio…”.

Mary si interroga al culmine della propria sofferenza, dopo anni di incurante rassegnazione al suo dolore, su: Fame, Cibo,Nutrimento…Un fatto semplice e perfetto, e perfettamente semplice da riconoscere….. “Com’era successo- si domanda- che il cibo avesse cessato di essere un nutrimento per trasformarsi in una tortura?”

Mary, comprende ad un certo punto, che si trovava per le mani una biografia incentrata sul ruggito del suo stomaco, sfogliando pagine a casaccio, non condividendo le scelte dell’autore.

Nel romanzo sono spesso presenti e ben descritti sentimenti come il senso di colpa e la vergogna: la stessa spirale che si ritrova in tutte le diverse forme di dipendenza da sostanze, primi fra tutti i disturbi dell’alimentazione.

La stessa Mary, paragona la propria fame vorace ad una forma di dipendenza, arrivando addirittura ad invidiare le persone che hanno dipendenze meno “esteriori” ed evidenti della sua.

Compirà poi una trasformazione, un viaggio reale e metaforico, obbligata dagli eventi inattesi della propria vita, e questo, spesso, può generare recriminazioni e accuse rivolti, in primis, contro se stessi, come avviene in ogni cammino difficoltoso.

In questo percorso di cambiamento si troverà improvvisamente a non mangiare più e a rifiutare il cibo. Proverà ad abbuffarsi in un paio di circostanze per trattare una profonda sofferenza ma proprio non ci riuscirà.

Probabilmente Mary doveva poter dire un no al cibo per iniziare a dire si ad altri aspetti della vita: un’esperienza nuova ed, inizialmente, disorientante, una vertigine.

Di certo per lei mangiare da tempo non era più una scelta, ma un’inevitabile reazione al suo malessere, al dolore, alla frustrazione, alle mancanze, così come il non mangiare più è solo un momentaneo passaggio, una sorta di disintossicazione.

Dopo un lungo cammino, una inaspettata analisi di sé attraverso gli accadimenti reali, gli incontri con persone significative e, soprattutto, l’incontro con una Mary che non credeva esistesse, nascosta nel suo corpo ingombrante, si renderà conto che “… Non era più vittima di quel malessere astratto. Nessuno dei suoi sentimenti era astratto. Avrebbe potuto dare un nome a ciascuna delle straordinarie sensazioni che stava provando: speranza, eccitazione, panico, afflizione, paura e disegnare una mappa dei rispettivi derivati”.

Il coraggio di guardarsi, in uno specchio e, prima ancora dentro di sé, il coraggio di accettare e riconoscere le emozioni, la responsabilità della propria vita, del proprio corpo, della propria fame, le fa credere e pensare cose nuove.

Forse la gente si era fatta un’idea sbagliata della felicità, pensò. Forse la felicità andava semplicemente intesa come l’assenza di paura”

Alla fine, potrà vedersi e ascoltarsi, senza più aspettare che siano gli altri a farlo con approvazione e realizzerà che “… Aveva fame. Non aveva la smania, la fregola, la scimmia di mangiare. Aveva semplicemente fame, come chiunque altro”

Il romanzo si conclude con una Mary che, nel suo lungo cammino dal Canada all’America, dalla voracità al digiuno, non dovrà più mangiare troppo o mangiare niente, potrà semplicemente mangiare abbastanza.

 

Recensione a cura della

Dott.ssa Rossana Vercellone

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