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Alla fine di un lungo inverno

Alla fine di un lungo inverno

Emma Woolf

Ed. TEA

 

Recensione a cura della Dott.ssa Rossana Vercellone

 

Nomen omen: il fatto di chiamarsi Emma Woolf ha messo un’ipoteca sul futuro di questa giovane giornalista e scrittrice inglese pronipote della ben nota Virginia.

Il suo primo romanzo “Alla fine di un lungo inverno” è la coraggiosa ed efficace testimonianza della sua anoressia, dagli esordi al momento presente in cui, con fatica, sta emergendo dall’oscuro tunnel in cui l’aveva sprofondata la malattia.

L’anoressia viene descritta nella forma che ha assunto nel corso dei lunghi anni di sofferenza: una dipendenza e una compulsione, un disturbo mentale e un espediente, la migliore amica e la peggior nemica, una lotta fra corpo e anima.

Una malattia che sembra acquisire una vita propria e nutrirsi di se stessa fino a far morire di fame chi ne soffre. Una voce interiore che non tace mai.

La Woolf con fatica e tenacia, mette a nudo la sua anima per mostrare come si può cadere nella sua trappola, elencando, nello scorrere delle pagine, i fattori che possono aver contribuito a farla ammalare.

Cita e descrive fatti concreti come una dieta finita male, la profonda insicurezza di sé, la pressione sociale, un abbandono insopportabile.

La sua anoressia sembra essere la conseguenza di una rottura sentimentale all’età di 19 anni. Descrivendosi come persona terribilmente insicura e priva di fiducia in se stessa, afferma di aver compreso di essere arrivata a biasimarsi per la fine di un rapporto sentimentale e di aver deviato verso l’interno la profonda sofferenza provata: come un’autolesionista “feriva” il corpo per alleviare la sofferenza interna.

“Se per anni hai continuato nel profondo a ripeterti che sei un fallimento, allora il rifiuto quando arriva non è tanto sorprendente […] Non sapevo come affrontare il caos emotivo, perciò trovai una soluzione fisica […] Affamare se stessi è un modo molto efficace per soffocare ogni cosa.”

Continua poi narrando come si giunga il limite della malattia, sopravvivendo senza mangiare quasi nulla, utilizzando l’anoressia come ricompensa per il senso di inadeguatezza che si può arrivare a provare, assuefatta alla fame, all’esercizio e al controllo, conduceva un’esistenza in bilico tra un impegnativo disordine alimentare e una carriera di successo, sopravvivendo con soltanto un frutto al giorno o poco più.

“Ti affami, dimagrisci, hai il controllo delle cose”

Emma descrive bene come il problema centrale per lei sia stato il cambiamento: la paura paralizzante del cambiamento e di come l’anoressia la mantenesse congelata nella sua morsa di ghiaccio, facendole credere, nei momenti più difficili, che, forse, era preferibile vivere in quel modo.

Ma, col tempo, lavorando su di sé, potendo constatare sempre più lucidamente, sebbene con profonda difficoltà, tutte le rinunce cui si stava sottoponendo, Emma inizia a ripercorrere a ritroso quel tunnel.

Dopo aver finalmente incontrato l’uomo giusto, e desiderando un futuro e un figlio con lui, ha iniziato la vera lotta per sconfiggere l’anoressia.

“L’anoressia mi ha condotta al “lato oscuro”, e quando si è stati laggiù, che sia per una depressione, un cancro, un divorzio, un ictus, una violenza, un lutto, un dolore, un trauma, si ha la tendenza a guardare con rinnovata meraviglia il mondo che si è rischiato di perdere.

Era quello il tempo giusto per affrontare i suoi demoni, per smettere di accanirsi sul suo corpo.

Questi, però, ammette Emma, sono passaggi che richiedono tempo, anche molto, e una grande capacità di tollerare il dolore e la frustrazione.

Passaggi su cui sta ancora lavorando: la realtà del miglioramento infatti, sta nei ripetuti fallimenti che si vivono nel frattempo.

Si tratta di una scelta da rinnovare ogni volta, ogni giorno.

Il processo di guarigione viene descritto come discontinuo ed imprevedibile.

Emma conclude, con cauto ottimismo e rinnovata speranza, il suo romanzo che vuole essere un modo di parlare di un grande dolore ma anche della sua possibile cura.

“Come molte delle nostre paure, quando le affrontiamo, ciò che immaginiamo può essere peggiore della realtà.”

 

Recensione a cura della

Dott.ssa Rossana Vercellone

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