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I Disturbi Alimentari: parliamone – Dott.ssa R. Vercellone

I nuovi media come modo di comunicare anche il disagio.

In bilico su di un filo sottile tra bene e male.

Il corpo è crocevia delle relazioni, la piattaforma della nostra identità, il punto di incontro tra la storia individuale e quella sociale” A. Lemma

Facebook, Youtube, Myspace, blog , siti internet spesso mascherati e poi, diari alimentari, gruppi e community di ragazze, donne di tutte le età che soffrono di un disordine alimentare.

In rete si trova da diverso tempo un mare immenso di contenuti relativi a questo tema tanto delicato e tanto complesso e, spesso, si tratta di stimoli negativi e pericolosi: ricette per perdere rapidamente peso, consigli su come non mangiare, su come vomitare, così come, al tempo stesso, e con pari frequenza, buoni consigli su come ci si deve alimentare correttamente, su quali metodi adottare per essere sani ed in forma.

Molto di tutto ciò rischia di incrementare il disagio di chi è portatore di un sintomo alimentare.

Una sofferenza che si inscrive nel corpo, che agisce sul corpo che, a volte viene rinnegato, altre controllato, altre ancora lo si vorrebbe annullare.

Il corpo che mette in relazione con gli altri, che comunica con il mondo ma che può anche volerlo sfuggire quando il malessere, il disagio sono forti e spesso muti.

Decaloghi, moltissimi decaloghi di vario tipo, con diversi obiettivi, tutti mirati a dare indicazioni, a chi cerca risposte, suggerimenti, a chi si sente solo e cerca comprensione, condivisione… o semplicemente aiuto.

Sebbene non vi sia nulla di semplice nella richiesta di aiuto anzi, spesso, sia proprio la cosa più difficile da fare e da ottenere veramente.

Entrando in alcuni dei numerosi blog e account presenti su internet si trovano frasi come queste:

 

“Ho creato un account con un nome di fantasia per sentirmi meno sola… per cercare compagne di sventura con cui condividere la mia esperienza… non potrei mai condividere con i miei amici “reali” quello che faccio con quest’altra identita”.

O ancora.

Controllando ciò che mangio, che entra nel mio corpo controllo l’accesso degli altri alla mia mente al mio cuore… perchè mi fa paura… perchè ho paura… eppure… non voglio essere sola”.

 

Leggendo queste parole, le parole disperate di molte ragazze, donne ma anche diversi uomini che scrivono in rete, (al di là dello sgomento che produce realizzare tanta devozione, tanta dipendenza da un sintomo insidioso come quello alimentare) si scorge la loro solitudine, la loro sofferenza ed è inevitabile pensare a come, in realtà, profondamente, la maggioranza di loro sembri solo voler guarire.

Parlarne può essere un modo per farlo, anche quando si comunica il suo contrario.

E loro, per come possono, forse, provano a parlarne, provano a smettere di essere mute.

Probabilmente il modo più efficace di combattere il fenomeno negativo che su internet inneggia all’anoressia e alla bulimia come divinità cui votarsi, non è tanto o solo la censura, bensì la produzione di contenuti positivi sullo stesso tema.

In Francia, ad esempio, si è osservato come la neutralizzazione e l’oscuramento dei siti pro ANA e pro MIA (questi i nomi nel gergo della rete) sia stato persino controproducente.

Dopo un iniziale periodo di grande interesse, infatti, spenti i riflettori sull’argomento, si è registrato un inasprimento dei contenuti che inneggiano alle due patologie.

Più efficace forse, allora, offrire spazi di incontro virtuali (che rimandino poi ad altri reali in cui vi sia un’autentica possibilità di cura e cambiamento) in cui le ragazze, i ragazzi, chi è portatore di questi disagi possano trovare, nella navigazione spesso perigliosa di internet, un approdo sicuro in cui fermarsi e ripararsi.

È molto importante che le persone non incontrino solo cattivi consiglieri, ma anche buoni strumenti, affidabili guide che aiutino a trovare la via d’uscita.

Non solo le sirene che volevano incantare Ulisse, insomma, ma anche l’aiuto della dea Atena che ha gli ha permesso , dopo un lungo viaggio, di tornare a casa.

E non si torna mai uguali a prima: il viaggio cambia le persone.

Chi, in rete cerca qualcosa, va alla ricerca di risposte e soluzioni, sta compiendo un viaggio parallelo a quello che compie nella propria sofferenza.

Ma anche la cura, la terapia sono un viaggio, lungo, in cui, da principio, si sa da cosa si fugge ma non si sa ancora ciò che si cerca né come lo si troverà.

Si tratta comunque di un viaggio che fa tornare a casa, come Ulisse, che fa tornare a sé stessi, sebbene diversi da prima, più forti, capaci di dire, di mettere ordine laddove regnavano la confusione e la violenza del dolore.

 

Dott.ssa Rossana Vercellone

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