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Vivere in superficie

Sarantis Thanopulos

L’allarme è lanciato dal “Guardian”: in Gran Bretagna ogni anno si fanno più di 50 milioni di prescrizioni di antidepressivi. Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono preoccupati per la perdita di distinzione tra la normale tristezza e la depressione clinica. È un fenomeno in forte espansione che la pressione delle industrie farmaceutiche non basta a spiegare. La domanda di un impegno lavorativo sempre più impersonale e astratto dai sentimenti rende il dolore privato disfunzionale sul piano dell’inserimento sociale. Il dolore deve essere rapidamente represso ma ciò avviene solo in parte con i medicinali. Se da una parte è aumentato a dismisura l’uso degli antidepressivi contro le fisiologiche manifestazioni di lutto, dall’altra sta sparendo la tristezza, la capacità di sentire la mancanza degli oggetti amati.

Dietro la spersonalizzazione del lavoro e della vita sociale, che sta trasformando la vita privata in un regime di norme chiamato “privacy”, c’è un’imponente, e prevalentemente invisibile, distruzione della relazione con l’altro e lo sviluppo di una moltitudine di solitudini isolate, connesse tra di loro ma non comunicanti. La relazione con l’altro è faticosa fino a diventare insostenibile senza una reale esperienza di scambio, senza una reciproca possibilità di coinvolgimento e di soddisfazione profonda. La presenza dell’altro stimola il desiderio, coinvolge (sconvolge), espone: questo è altamente rischioso, intollerabile se la reciprocità è assente. La trasformazione della relazione di scambio in relazione di dominio danneggia enormemente il coinvolgimento (più nel dominante, che lo reprime attivamente, che nel dominato che è costretto a difendersi da esso) ma finché c’è conflitto, finché la resistenza alla sopraffazione è viva, il desiderio sopravvive. Per quanto assurdo possa sembrare la lotta degli oppressi mantiene nel campo della condizione umana gli oppressori.

L’assenza di conflitto, il congelamento dei rapporti di scambio in un assetto disastrosamente ineguale come quello a cui ci stiamo rassegnando, trasforma il desiderio vero in pericolo mortale da cui difendersi a oltranza. La negazione del desiderio è la malattia della nostra epoca: un’anoressia di vita molto diffusa che pretende di ridurre il piacere del vivere al minimo indispensabile per la sopravvivenza fisica e emotiva. È una posizione centrata sul narcisismo dell’autarchia che è vulnerabile perché ciò che del desiderio resta vivo in profondità tende a riemergere e deve confrontarsi col deserto che si trova. Parafrasando Freud, l’ombra del deserto cade sul desiderio e sulla vita psichica del soggetto.

L’esistenza anoressica, l’isteria melanconica in cui la paura dell’altro slitta in una sua perdita incolmabile, vive nelle vicinanze della depressione dalla quale deve costantemente difendersi. Quando non si seguono le strade estreme di un attacco al proprio corpo -il rifiuto del cibo, la folle determinazione a eliminare l’ultima resistenza naturale del desiderio- si segue la strategia della deviazione del piacere dalla soddisfazione compiuta (che impegna la psiche nella sua interezza) verso esperienze “psicostimolanti”: un’espressione involontariamente ironica per definire un’esistenza psichica inerte in profondità che vive nell’eccitazione di superficie e alla ricerca di canali immediati e ripetitivi di scarica continua della tensione. L’uso eccessivo degli antidepressivi è solo un sintomo, per quanto molto allarmante, di una perdita della capacità di usare il lutto per capire il valore delle relazioni che rischiamo di perdere e a cui non possiamo rinunciare.

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