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Storia di ordinaria infelicità

Sarantis Thanopulos

 

Una donna ha congelato il cadavere di sua madre nel freezer di casa e si è comportata per quattro anni nei suoi rapporti con il mondo esterno come se la madre fosse ancora viva. Non le è stato difficile: è una di quelle persone in cui la solitudine appare come marchio del destino che scoraggia gli interrogativi degli estranei.

Quando recentemente la verità è stata scoperta la donna si è giustificata dicendo che non avendo altre risorse per vivere non aveva altra scelta che continuare a percepire la pensione della madre. Non è una motivazione da poco: congelando la morte della madre ha continuato ad avere una casa privata e a nutrirsi lontano dalla promiscuità delle tavole della Caritas. É sopravvissuta psichicamente con il minimo di conforto materiale che le condizioni oggettive le consentivano. L’alternativa sarebbe stata il suicidio. Vivere con il cadavere della madre nel proprio congelatore può sembrare inimmaginabile, assurdo ma non a chi vive già nel congelamento parziale del suo legame con la vita.

La nostra concittadina ha messo nel congelatore la madre, nel momento in cui il suo cadavere stava già in decomposizione, in accordo con il fatto che il loro rapporto era da sempre sospeso dentro di sé perché fin dall’inizio ipotecato dal fallimento. Il bambino sospende il rapporto con la madre quando la naturale imprevedibilità del suo desiderio invece di coinvolgerla la mette in crisi. Crea una madre inaccessibile e in questo modo la difende da sé stesso. Congelare il corpo della madre già in disfacimento, che riattiva l’antica paura di un’eclissi inesorabile e la rabbia per l’abbandono, significa proteggerla trasformando la sua liquefazione in ghiaccio. Tuttavia il congelamento non è solo compattamento, è anche conservazione, dilazione del uso dell’oggetto in attesa di un futuro migliore.

Un gesto folle sul piano reale mantiene la speranza sul piano del sogno, una speranza flebile che basta per sopravvivere. C’è vita soggettiva (seppure nascosta) nell’agonia sospesa di chi è finito ai margini della società che è, invece, assente nell’indifferenza nei confronti dell’emarginazione mostrata da chi decide i destini della collettività. Dell’ordinaria infelicità (che è parte riconosciuta del paesaggio sociale e non fa scandalo) non si teme lo squallore ma la domanda di cura che, pur nella rassegnazione, veicola. Che sempre più gente finisce nell’indigenza non crea una vera inquietudine, una consapevole ribellione. La domanda di attenzione, di solidarietà e di cura non ha dalla sua parte i numeri. O, per essere più precisi, resta inascoltata quando la vita si misura in termini quantitativi e la qualità dell’esistenza è un’aspirazione irrealizzabile, l’opzione ingenua dei disadattati.

Il potere assoluto, l’arbitrio che diventa legge, ha il suo regno dove l’agire umano diventa manipolazione pura di numeri. La pretesa che il calcolo, l’obiettività pura, sia il canone della vita è l’ambizione tanto determinata quanto compulsiva di uomini totalmente privi di scrupoli che facendo del dominio degli altri la loro ragion d’essere cercano di portare le relazioni sociali nello spazio a loro più propizio: la negazione dell’esperienza soggettiva. Sono l’incarnazione del capitalismo nella sua nuda essenza e con la desoggettivazione dell’esperienza, che compulsivamente promuovono, portano l’umanità all’azzardo, al dominio del caso sulla necessità. Sembra che di questo non vogliamo sapere niente (il cane si morde la coda): gli scrupoli diventano rassegnazione quando le ragioni soggettive dell’esistenza sono duramente sconfitte.

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