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Psicoanalisi e neuroscienze

Sarantis Thanopulos

Nel suo apprezzato intervento al Congresso Nazionale della Società Psicoanalitica Italiana, che si è tenuto recentemente a Milano, Vittorio Gallese ha delineato la prospettiva di un dialogo tra psicoanalisi e neuroscienze. L’interesse di Gallese nei confronti della psicoanalisi nasce dalla necessità di superamento della concezione solipsistica della mente propria del cognitivismo classico ed è centrato sul concetto di “simulazione incarnata”: la comprensione delle emozioni, delle sensazioni e delle azioni dell’altro è ottenuta direttamente, senza la necessità di meta-rappresentarle, attraverso il riutilizzo degli stessi circuiti neurali su cui si fondano le nostre emozioni, sensazioni e azioni come se le vivessimo e le eseguissimo noi in prima persona.

La concezione di se stessi come un sé è ancorata in una “matrice intersoggettiva condivisa, noi-centrica”. Questa matrice intersoggettiva è strettamente legata alla consapevolezza del sé corporeo ed in particolare al sistema motorio che “ben prima della nascita manifesta già quelle proprietà funzionali che rendono possibili le interazioni sociali”. Sono visuali che sostanzialmente gli psicoanalisti condividono, ma ci sono due punti problematici che andrebbero dibattuti e approfonditi.

Il primo punto è la natura diversa dei fenomeni osservati. Le neuroscienze studiano i circuiti neurali: il substrato dell’esperienza intersoggettiva, la sua materialità priva di “carne viva” che può essere misurata. La psicoanalisi studia l’esperienza nella sua immaterialità incarnata: la trasformazione della “nuda vita” (il puro fatto biologico) in carne del desiderio dotata di senso, di significato personale, la qualità che non può essere misurata oggettivamente. Sono due aree di ricerca contigue e complementari (e reciprocamente condizionanti) ma non sovrapponibili tra di loro. Il luogo di passaggio da un’area all’altra, dove l’oggetto conoscitivo dell’una si trasforma nell’oggetto conoscitivo dell’altra e viceversa, è il movimento corporeo in cui la materia misurabile incontra il desiderio e diventa gesto. Il gesto non è solo un linguaggio corporeo di comunicazione intenzionale ma è anche, e in primo luogo, spinta verso il fuori da sé che il desiderio imprime al soggetto, esposizione desiderante al mondo.

Il secondo punto problematico è l'”intersoggetività”, concetto filosofico per certi aspetti irrinunciabile, per altri, invece, generico e passibile di fraintendimenti. La psicoanalisi potrebbe interrogarlo criticamente ma molti analisti preferiscono importarlo così com’è in contraddizione con la loro esperienza di lavoro. Rigorosamente parlando, i fenomeni intersoggetivi sono fenomeni che accadono tra due (o più) soggettività differenziate e sono tra di loro condivisi. Tuttavia la cosa più interessante che accade tra due (o più) soggettività è l’abolizione o lo sfumare dei loro confini. L’altro (l’uno o i molti) è parte della nostra soggettività e in questo modo la estende anche: il senso della nostra esistenza è a doppia serratura e una delle due chiavi non è in mano nostra. Come si concilia questa dimensione (la psiche è estesa e di questo nulla sa, per dirla con Freud), che sarebbe più esatto chiamare “intra-soggettività”, con il nostro bisogno di differenza? In realtà l’altro oscilla sempre, nella nostra concezione, tra la condizione di fenomeno soggettivo e lo status di cosa a sé stante.

Il perno di questa oscillazione è l’identificazione isterica: il luogo psichico in cui l’altro è identico e, al tempo stesso, diverso da noi. Il dialogo tra neuroscienze e psicoanalisi sull’alterità che ci abita può diventare fecondo.

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