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Niente orchidee per i giornalisti

Sarantis Thanopulos

 

I giornalisti sono una delle categorie professionali più in difficoltà, a causa di un loro programmatico ridimensionamento che è iniziato prima della crisi e fa parte dei fenomeni sottovalutati che l’hanno determinata. La precarietà dei posti di lavoro nei giornali aumenta di giorno in giorno, i compensi si riducono al minimo accettabile (se va bene) e i giovani che intraprendono questa strada si trovano nella condizione di un volontariato a tempo indeterminato. Questo andazzo riflette notoriamente un’industrializzazione sfrenata dei media che offre sempre di più un prodotto uniforme a basso livello culturale e ad alto tasso di spettacolarizzazione e riserva notorietà e denaro a pochi personaggi-immagine. I giornalisti e le testate indipendenti resistono a denti stretti ma sicuramente non prosperano e gli sforzi di tanti giovani appassionati del web non possono contrastare lo sviluppo di un mercato di notizie tanto remunerativo quanto insostenibilmente leggero come qualità.

La libertà di stampa è in grave pericolo, con tutti i sinistri presagi che la conoscenza della storia ci impone, ma questa volta la minaccia prende la forma di una “mutazione antropologica” che ha carattere globale e si sviluppa in modo autonomo dalla censura politica di regimi locali. Non è in gioco semplicemente l’esistenza della stampa come potere indipendente necessario per la democrazia ma anche la sopravvivenza dei giornalisti come categoria sociale che ha un ruolo essenziale, assolutamente centrale nella costituzione della società civile. La loro funzione va al di là dei giornali e delle riviste in cui scrivono o delle linee politiche che seguono: sono portatori di un modo di pensare e di una cultura del vivere frutto di frequentazioni e influenze culturali plurali e di sedimentazione di fermenti eterogenei sia confluenti sia contraddittori.

Non si può essere giornalisti veri senza al tempo stesso essere “conduttori” buoni degli stimoli, desideri, emozioni, sentimenti e pensieri che attraversano la società. Ben oltre che trasmettere notizie e approfondirle i giornalisti mettono in comunicazione, con la loro presenza viva, gli ingredienti che costituiscono la coscienza collettiva: la verità filosofica/scientifica, la verità artistico/letteraria e la verità della vita quotidiana. Sono (indipendentemente dalle loro opinioni personali) una parte fondamentale del tessuto connettivo che dà consistenza al concetto di cittadinanza, all’idea di una comunità di pari oltre le differenze di sesso, ceto e religione e gli idiomi sessuali, culturali e politici.

Il giornalista è il nostro modello di cittadino consapevole dei suoi diritti, sufficientemente critico (scettico quanto basta), informato sulle cose del mondo e attento alle trasformazioni sociali che lo coinvolgono; soprattuto egli è la rappresentazione della laicità della polis, della sua vita spogliata/liberata della sacralità. L’identificazione dei cittadini con il giornalista è un elemento misconosciuto ma importante dell’equilibrio psichico della collettività nell’oscillazione tra desiderio ribelle alle convenzioni e adattamento alla realtà e tra bisogno di autorità rassicuranti e fiducia nelle proprie possibilità. La de-significazione progressiva della figura del giornalista così come l’hanno prodotta due secoli di civiltà non è, quindi, solo un attentato alla libertà d’espressione e alla verità dell’informazione: comporterà, se continuerà, anche la fine di un importante riferimento esterno per la nostra libertà interiore.

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