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Né soli né in compagnia

 Sarantis Thanopulos

Un cittadino spagnolo ha chiesto a Google la rimozione di una notizia che lo riguardava pubblicata sul sito di un giornale e rimasta in rete per dieci anni. Avendo ricevuto un rifiuto si è rivolto alla Corte Europea. La Corte ha considerato il gestore del motore di ricerca  responsabile “dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi” e ha accolto la richiesta del ricorrente spagnolo. La violazione del diritto del singolo cittadino di essere protetto dalla diffusione dei suoi dati personali può essere giustificata solo nel caso di notizie di interesse generale che rendono preponderante il diritto d’informazione dell’opinione pubblica. La sentenza cerca di definire un confine tra il cittadino comune e colui che svolge una funzione di rilievo nella vita pubblica, come gli stessi giudici esplicitano, con tutte le aree di incertezza e di arbitrio che ogni definizione di confini comporta.

La posta in gioco in realtà è più ampia e riguarda il problema della definizione del confine tra vita pubblica e vita privata che, conviene sottolinearlo, non potrebbe avere soluzioni puramente giuridiche. La questione è più che mai complicata per l’evidente estroversione della vita privata in quella pubblica. Si può pensare ai tanti spazi e occasioni che la società attuale offre per lavare i panni sporchi in piazza ma il luogo in cui questa estroversione assume un valore paradigmatico sono gli incontri in streaming.

Lo spazio pubblico richiede che i desideri, i sentimenti e i pensieri privati restino un po’ arretrati in modo da ispirare ma non invadere con la particolarità dei vissuti soggettivi lo spazio della condivisione in cui prende forma la percezione e la definizione degli interessi comuni. Il sentimento del pudore è il prodotto della moderazione reciproca tra le emozioni personali e le emozioni collettive, l’espressione di un’intimità “sociale” che unisce e al tempo stesso separa il pubblico dal privato. Nello streaming, che sta diventando il modello dominante delle relazioni sociali ben al di là della sua concreta applicazione, sparisce l’intimità, il pudore che è condizione necessaria della socialità. L’eccesso di visibilità e di presenza scenica, che non lascia spazio alla sedimentazione dell’esperienza, favorisce l’impulsività.  L’irruzione del “personale” nella relazione con gli altri se estroverte i sentimenti privati li svuota anche perché li scarica prima che abbiano il tempo di prendere forma e sostanza. Il privato che irrompe nello spazio pubblico e lo spazio pubblico che invade il privato sono in realtà due illusioni ottiche complementari che nascondono il fatto che perduto il senso sia del privato sia del pubblico si vive in una zona grigia dell’esistenza che non è né personale né condivisa.

Non ha nessuna importanza dove stiamo e cosa facciamo: ogni momento siamo in scena, in rete. Non ha nessuna importanza se siamo visti o no, guardati o meno: ci comportiamo, senza rendercene conto, come se lo fossimo. C’è un momento fondamentale dell’infanzia, che costituisce in seguito una dimensione permanente del nostro psichismo, in cui il bambino è solo in compagnia di sua madre: è preso dai suoi giochi e dalle sue esplorazioni e non la vuole tra i piedi ma sa che lei c’è e che resta in relazione con lui. Essere soli, immersi in un mondo di esperienza personale non comunicabile, mentre, al tempo stesso siamo presenti e comunicanti nel legame con l’altro, è il fondamento della possibilità delle relazioni pubbliche come di quelle private. Alloggiare nella rete, invece, è una condizione impersonale: né soli né in compagnia degli altri.

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