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Meglio la scossa che niente

Meglio la scossa che niente

 

Sarantis Thanopulos

 

 

Non molto tempo fa un gruppo di psicologi dell’Università della Virginia ha pubblicato su “Science” i risultati di un esperimento sulla capacità di restare soli con i propri pensieri. I partecipanti all’esperimento hanno trascorso brevi intervalli di tempo – dai 6 ai 15 minuti – chiusi da soli in una stanza spoglia. Non dovevano far altro che riflettere o sognare ad occhi aperti. Tutti i partecipanti hanno trovato l’esperienza  sgradevole e non hanno potuto eseguire il compito assegnato. Nelle varianti dell’esperimento in cui l’esercizio si era svolto in casa, un terzo di loro ha ascoltato musica o ha usato il cellulare. Il 67% dei maschi e il 25% delle donne pur di sfuggire dalla situazione di disagio si sono auto-somministrati una scossa elettrica per mezzo di un’apparecchiatura che era stata lasciata nella stanza dell’esperimento.

I ricercatori hanno interpretato i dati rilevati partendo dall’assunto che la mente è progettata per entrare in contatto con il mondo esterno. Secondo il loro coordinatore “senza una formazione in meditazione o tecniche di controllo del pensiero, la maggior parte delle persone preferisce impegnarsi in attività esterne.” Conclusione generica conformemente all’assunto su cui si basa.

Lo psicoanalista britannico di origine indiana Masud Khan ha parlato della capacità di “stare a maggese”. Il termine è stato preso in prestito dall’agricoltura. Designa lo stato dei terreni che periodicamente sono messi a riposo per ritrovare una fertilità piena: vengono arati e concimati ma non seminati. La tecnica incrementa la loro permeabilità. Gli esseri umani, secondo l’intuizione di Khan, hanno un analogo bisogno di mettere periodicamente a riposo la finalizzazione della loro esperienza, per sostare in uno stato di attesa in cui la lavorazione delle proprie emozioni e pensieri va in profondità senza affrettarsi alla loro estrinsecazione, senza legarsi precocemente a un’attività.

L’esigenza non è tanto riflettere attorno a una questione concreta o sognare ad occhi aperti quanto permanere in stati mentali ed emotivi che non inseguono forme e contenuti precisi ma indugiano nella sedimentazione dei vissuti e nell’espansione graduale del desiderio. Questa è la condizione di maggiore permeabilità della vita interna alla vita esterna: la base del pensiero/gesto creativo, della intensità affettiva e dell’intimità dell’esperienza erotica.

La ricerca degli studiosi americani formalizza un’esperienza comune: basterebbe guardarsi nelle sale d’attesa degli aeroporti o delle ferrovie, incapaci come si è di fermarsi un solo minuto tra giornali da leggere, telefonate da fare e caffè da consumare. L’agire coatto, che è diventato l’organizzatore sociale per eccellenza, sta risucchiando la nostra capacità di godere degli intervalli trasformandoli in “tempi morti”, nell’ambito della più grande mutazione antropologica della nostra epoca.

Il dato davvero rivelatore dell’esperimento è l’auto-somministrazione della scossa. La piccola sgradevole tensione ottenuta sposta il desiderio in superficie allontanandolo dallo spazio della sua gestazione: lo smarrimento della capacità di coinvolgimento profondo che si apre al mondo dall’interno crea un vuoto di vita che si compensa con la sensazione di essere vivi attraverso uno stato d’allerta. Non sorprende che sia un atteggiamento nettamente più diffuso nei maschi: l’erezione/eccitazione delle emozioni (che sottende il controllo costante del proprio corpo e della sua relazione con il mondo) alimenta un loro assetto difensivo e li fa sentire vulnerabili di fronte ad ogni apertura all’imprevisto.

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