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L’uso paradossale delle docce gelate

Sarantis Thanopulos

Delle “docce gelate” che invadono il campo della nostra comunicazione quotidiana si può dire in partenza, a scanso di equivoci, che non tutte le opere di bene esprimono interesse per il prossimo: spesso il nostro narcisismo si traveste in amore per l’altro per risparmiare il lavoro di destabilizzazione delle proprie sicurezze che questo amore implica e restare ancorati nella più solida indifferenza. Che il conformismo potesse invadere in modo inarrestabile la nostra vita, usando per le sue esigenze la buona fede di tutti (l’atteggiamento umano più complice dei luoghi comuni), era sicuramente prevedibile da decenni ma nulla è più costante dell’attitudine a svolgere lo sguardo lontano dalle cose scomode che implicano fatica emotiva. Del conformismo le “docce gelate” sono un buon esempio: non sono un esercizio ginnico, né uno scherzo goliardico bensì un gioco di (buona) società, una prova del fatto che il ben pensare rende anche le persone intelligenti imbecilli.

Pare che farsi buttare addosso un secchio di acqua gelata voglia riprodurre, in chi sottostà a questa esperienza edificante, qualcosa della sofferenza dei malati di SLA e questo la dice tutta sulla menzogna (involontaria) che sottende questo gesto tragicomico che sostituisce il coraggio. Nessuna delle persone che potrebbero subire un danno reale da questa prova sublime di umanità (beccando per esempio una polmonite) sarebbe disposta ad accettarla e men che mai penserebbe in seguito di sborsare, in segno di riconoscenza sacrificale, parte del suo denaro. Bagnarsi di freddo certifica soltanto l’ottimo stato della propria salute che crea una distanza incolmabile tra sé e la persona malata. C’è una specie di perversa gratitudine nel donare denaro per coloro la cui presenza nel mondo testimonia che c’è chi sta (anche molto) peggio di noi, che siamo dei privilegiati. Sfruttare questa possibilità per ottenere donazioni per i malati di SLA sicuramente non sarà stato studiato a tavolino ma si sa che l’utilizzo inconscio di tutte le nostre (troppo) umane meschinità usufruisce di risorse infinite. Certo è che il meccanismo sul piano finanziario ha funzionato. Il che ci dice qualcosa di più essenziale di tante analisi economiche sulla crisi sociale interminabile che stiamo attraversando (sui meccanismi psicologici che l’hanno determinata).

La cosa più interessante in questo fenomeno di moda emblematico della (post)modernità, che ha un valore “antropologico” evidente, è il suo uso paradossale. La doccia fredda si usa tradizionalmente per combattere i postumi della sbornia e per mantenersi completamente svegli. Invece i sostenitori ambivalenti dei malati di SLA la usano per mantenersi psichicamente ubriachi o dormienti. Permangono nello stato di (auto)eccitazione o di anestesia emotiva: le due facce dell’inerzia che sottende in profondità il loro agire amoroso, simile a quello che il padre di Ofelia descriveva come fuoco che fa tanta fiamma (spettacolo) ma non riscalda.

In “L’uomo del banco dei pegni”, un film degli anni sessanta, il protagonista, un ebreo sopravvissuto ai lager, decide di ricorrere a un insopportabile dolore fisico per poter accedere a quello psichico, perforando la sua mano con il chiodo usato per infilare le sue carte. I performanti della doccia gelata, presi in una concatenazione collettiva che spersonalizza la loro azione, capovolgono inconsciamente questo procedimento: ricorrono a un dolore fisico sopportabile per tenere lontano quello emotivo. Perché alla base della sofferenza psichica opera una ferita del desiderio i cui “bollenti spiriti” vanno ghiacciati.

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