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L’impasse della medicina

Sarantis Thanopulos

 

La durata dei corsi di specializzazione in medicina è stata ridotta da cinque a quattro anni per motivi esclusivamente economici: risparmiare sugli stipendi degli specializzandi. Questa decisione, che sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa, è passata sotto silenzio per via della crisi ma anche perché è legittimata da un fenomeno che si sta consolidando ovunque: lo strapotere della tecnologia nel campo della ricerca scientifica che tende a trasformare i medici da studiosi dell’essere umano in tecnici. Il piacere della scoperta (della ricerca conoscitiva) rischia di essere schiacciato dal sentimento di onnipotenza che produce l’identificazione narcisistica con dispositivi meccanici sempre più efficienti e ammirevoli.

La bio-ingegneria, che pure ha consentito grandi progressi (e che con la nanotecnologia in arrivo consentirà un controllo sul nostro corpo fantascientifico), da strumento di applicazione della conoscenza medica è diventata il suo paradigma normativo che, travestito da pragmatismo, detta in modo autoritario le sue condizioni. In nome di una verità oggettiva pura si pretende di eliminare le incertezze a cui è soggetta ogni conoscenza per il fatto che essa è indissociabile dal desiderio. Se é vero che si può conoscere solo ciò che resiste al nostro desiderio è altrettanto vero che non lo si può fare a prescindere da esso. L’inseguimento di un’ideale di obiettività assoluta (priva di desiderio) produce una virtualizzazione della realtà, uno spazio di devitalizzazione dell’esperienza che va ben al di là dello spazio virtuale informatico. Nella medicina attuale l’eccesso di voler vedere, lo sviluppo esponenziale della capacità di penetrare il corpo umano in tutti i suoi spazi, inibisce la dialettica tra il visibile e l’invisibile che fa della scienza uno strumento di apertura alla vita. In una prospettiva che privilegia solo la visibilità si vede sempre meglio la stessa cosa. Se le cose andassero in questo modo nella scienza, Newton non avrebbe visto null’altro che una mela che cade e Einstein sarebbe rimasto prigioniero dello spazio tridimensionale.

Lo sguardo del clinico è, secondo Foucault, “sapiente” -sa quello che vede (ma si può anche dire: vede solo quello che sa)- e “vergine” -vede la cosa come se la vedesse per la prima volta. Sullo sguardo vergine si sta affermando la dittatura dello sguardo sapiente, che rende fisso, unidimensionale lo spazio dell’immaginazione. È la tensione tra i due sguardi che crea l’immaginazione, il movimento creativo che consente al desiderio di non ripetere all’infinito lo stesso percorso ma di scoprire strade nuove, modi diversi e imprevisti di esistere. La verità non è un dato immobile ma la scoperta di un accesso al mondo. Privo di verità, del desiderio che incontra la realtà (l’unico possibile realismo), l’ideale scientifico della medicina dei nostri giorni, la ragione computazionale, sostituisce l’immaginazione/intuizione col calcolo. L’immaginazione rischia, è esposizione, decentramento del soggetto della ricerca dalla sua autoreferenzialità; il calcolo isolato dall’immaginazione misura solo l’inerzia. Per la cecità del suo troppo calcolato vedere la Medicina rischia di pagare un prezzo amaro: per la prima volta dopo un secolo di grandi speranze la tendenza all’aumento della durata media della vita inizia à invertirsi (secondo l’affermazione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità). I medici dovrebbero ricordare che l’essere umano non è un essere “esatto”, che le misurazioni troppo precise afferrano il vuoto, smarrendo ciò che pretendono di misurare.

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