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L’Europa Felix di Sarantis Thanopulos

L’Europa Felix

Sarantis Thanopulos

 

Di notte, al sognatore insonne, aiutato da condizioni atmosferiche favorevoli, può capitare di vedere uno spettro: è l’Europa che si aggira nello spazio senza sogni. Dove sta andando l’Unione Europea nessuno lo sa, a partire da chi (si suppone) la sta guidando.

Il ministro degli interni Britannico è riuscito a convincere una parte, decisiva, dei deputati del suo partito che la Gran Bretagna dovesse rinnegare la propria proposta di ospitare 3000 bambini profughi, accampati a Calais e non accompagnati dai loro genitori. L’argomento che ha usato è singolare: l’accoglienza dei bambini avrebbe incoraggiato tanti altri genitori a inviare all’estero da soli i loro bambini, alla ricerca di un avvenire, esponendoli a pericoli enormi. Al ministro non importa granché trarre dal suo stesso ragionamento le necessarie implicazioni: se in giro per il mondo c’è tanta disperazione da non vedere altra via d’uscita che mandare i propri figli allo sbaraglio, né i mari, né le montagne, né i cannoni la fermeranno. O la si ascolta o, prima o poi, ci sommergerà tutti.

Se la Gran Bretagna volge lo sguardo altrove, l’Austria costruisce muri. Chissà se la barriera del Brennero riuscirà a salvare le sue valli felici dai barbari che si affollano alle loro porte. L’unica cosa sicura al momento è che questa barriera permetterà alla vera barbarie che la (ci) abita dall’interno di occupare il potere (non sarebbe la prima volta).

Si sa, l’Inghilterra, l’Austria, l’Europa sono isole (la Grecia no: per lei saranno guai). Gli organismi isolati pensano di essere autosufficienti, immuni da inconvenienti. Lontano dal contatto con la vita si ammalano gravemente. Tutto quello che non riesce a essere messo in movimento, a trasformarsi nella relazione con ciò che è esterno, gira a vuoto e diventa disordine permanente. Il disordine è proiettato fuori e il vuoto cimiteriale che si crea internamente è percepito come ordine. Più si combatte il persecutore esterno, costruito paranoicamente, più si rafforza il persecutore interno: la distruttività senza limiti che viene dal vuoto interiore. Nulla è più invasivo e pericoloso della morte psichica che dall’interno defluisce irrefrenabile verso l’esterno.

Il problema della migrazione è una grande difficoltà del presente complicata dalla miopia del passato. Quando il tempo è bello è facile distogliere lo sguardo dalle nuvole che si addensano all’orizzonte. Appare felice la vita quando gli occhi non vedono ciò che può disturbare. Solo che nel momento in cui piove non basta aprire l’ombrello; è necessario trasformare la pioggia in proprio alleato, piegare la forza della cattiva sorte alle ragioni del vulnerabile paesaggio soleggiato. Fatica scoraggiante. È più semplice chiudersi in casa, sognare a occhi aperti un cielo per sempre azzurro sulle pianure fiorite.

Si idealizza il panorama smarrito, in realtà il difetto di vista. L’idealizzazione del passato, tipica delle civiltà in crisi di identità, è un’invenzione a posteriori della realtà, il rifiuto di farsi carico degli aspetti scomodi dell’eredità lasciata dagli antenati, che impedisce di conquistarla (Goethe).

Più si vive riflettendosi, in modo consolatorio, in un passato idealizzato, più i problemi del presente sono avvertiti come pericolo che viene dal futuro e si avanza nella vita come talpe. Il futuro diventa un muro bianco su cui, prima di andare a sbatterci, si proiettano le immagini di un mondo incantato mai esistito. Beati coloro che, pensando di difendere la loro felicità, camminano, con convinzione pari alla loro cecità, sulla strada dell’inferno. È stato sufficiente fare del passato un paradiso perduto.

 

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