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Legittimità dell’ultimo sogno di Sarantis Thanopulos

Legittimità dell’ultimo sogno

Sarantis Thanopulos

 

Un uomo è stato costretto a espatriare per poter morire, per colpa della legislazione italiana. Gli è stato negato il diritto di lasciare la vita nel luogo in cui l’ha vissuta, di percepire con i sensi dell’immaginazione abitati dalla memoria e aperti all’avvenire (anche quando la fine è troppo vicina) i suoni, le forme e i colori della sua città: la materia, fatta di impressioni familiari dischiuse all’inconsueto e alla meraviglia, del suo ultimo sogno.

Quando muore una persona cara, per un periodo continuiamo a viverla come se fosse ancora viva, anche se percepiamo la sua assenza. Abbiamo bisogno di mantenere una contiguità psichica, che ci è più facile se possiamo collocarla negli spazi che abbiamo coabitato. Poi, gradualmente, la lasciamo andare, quando riusciamo a farla abitare nel nostro mondo interno e ritrovarla, in modi e forme nuove, nel mondo esterno. Per chi  muore non è molto diverso. Non si muore soli, ma in compagnia di ricordi, testimonianze  di un passato attuale, che vivono nelle emozioni del momento e sono tanto più sentite e presenti quanto più si è in prossimità spaziale e emotiva con le persone e  i luoghi familiari. Così mentre gli occhi si chiudono nel sonno eterno, i sensi e i desideri si riaprono in una trama onirica di cui non ci sarà alcuna percezione di fine. Nel morire si elabora il lutto per la propria perdita e quella delle persone amate, entrando in un sogno che porta le ragioni e gli affetti della propria esistenza dove essa riacquista la sua intera potenzialità e si dissolve, senza consapevolezza soggettiva né smentita oggettiva, in un’apertura perpetua all’esperienza umana, finalmente libera della sua effettività, della prigionia delle sue condizioni oggettive. La morte è un atto doloroso e pauroso di libertà, a condizione che la vita sia stata fin in fondo esperita. Non c’è nulla di più spaventoso che morire senza aver vissuto.

L’ultimo dei sogni è un diritto inalienabile, strettamente legato al diritto alla vita. Dj Fabo è stato tradito dall’Italia, una patria per lui matrigna. Gli ha negato la possibilità di congedarsi da noi nelle condizioni migliori per sentirsi vivo mentre moriva. La nostra legislazione, profondamente ipocrita, priva i senza speranza almeno di una vita appena tollerabile, della possibilità di morire nella terra in cui hanno camminato e amato, interferendo gravemente con il loro ultimo viaggio. Che vadano a esalare i loro ultimo respiro, lontano dagli occhi dei benpensanti: come cani randagi senza fissa dimora. L’alternativa: subire il vivere come fonte di costante insensatezza, in un presente che necrotizza il passato, che rinsecchisce l’albero sprovvisto delle sue radici. Vivere nella morte, per morire già morti.

Fa parte della libertà di vivere, decidere il momento e il modo della propria morte. Lasciare il mondo in modo naturale (col rischio che sia accidentale) o per temerarietà, suicidio, eutanasia. Non esiste nessun obbligo etico se non la responsabilità nei confronti di sé -proteggere il proprio desiderio- e nei confronti dell’altro -proteggere il suo desiderio. Essere morti da vivi uccide il desiderio in se stessi e nell’oggetto amato.

Si può rifiutare l’assistenza alla morte per coloro che non sono in grado di procurarsela da sé, o perfino cercare di prevenirla in coloro che, invece, lo sono, solo se l’eclissi della possibilità di una vita degna di essere vissuta, è valutata come temporanea. Tuttavia, anche in questo caso la responsabilità che si assume è importante e la sua validità si misura solo attraverso la distanza necessaria da una compiacenza negligente nei confronti dell’esigenza di liberarsene di un dolore contaminante dell’altro. Quando la condizione di atroce inabilità a vivere è permanente, il rifiuto dell’eutanasia è inconfessabile crudeltà.

Si pretende di subordinare la vita reale a una vita astratta, avulsa dall’esperienza vera. Per una spiritualità dell’esistenza che paradossalmente riduce tutto alla pura materialità, a una dimensione meccanica dell’esistenza. La vita si riduce a una materia “cruda”, priva della capacità di sognare e di desiderare e incapace di dare rappresentazione e senso alla propria realtà. Necrofilia dell’essere, amore per i morti viventi.

 

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