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L’effetto piatto di Conchita Wurst

Sarantis Thanopulos

Un giovane cantante austriaco ha deciso di proporsi come “drag queen”, nome con cui si definiscono gli uomini dello spettacolo che si esibiscono vestiti in modo femminile. Voleva dimostrare che “ognuno può essere quello che vuole”. Con il nome artistico di Conchita Wurst e in vestito lungo, capelli lunghi, baffi e barba curata ha stravinto pochi giorni fa competizione canora Eurovision. La sua canzone, che ha come tema il risorgere della fenice dalle sue ceneri, è piuttosto mediocre ma ha un’impostazione accattivante. La presenza di una “drag queen” nella competizione ha scatenato reazioni scomposte soprattutto in Russia (ma anche in altri paesi, Austria inclusa) mentre il successo finale ha fatto gridare alla vittoria della tolleranza.

Non si ha l’impressione, in verità, di vivere in un mondo molto tollerante e, inoltre, l’elogio della tolleranza come valore in sé ha risvolti che meriterebbero più attenzione. Tollerare potrebbe essere una cosa buona come potrebbe non esserlo e non tanto in funzione del suo oggetto (tollerare la differenza di costumi ha un valore opposto al tollerare la fame nel mondo) quanto piuttosto per fatto che la tolleranza può aver senso solo come premessa necessaria di una capacità di comprensione. È importante saper tollerare il dubbio, l’incertezza, la delusione che le esperienze inconsuete possono generare per poter comprendere e gestire meglio la relazione in cui si è impegnati e aprirla al cambiamento (scongiurando il pericolo di azioni reattive, impulsive). Bisogna ammettere, tuttavia, che il più delle volte la tolleranza è interpretata come un “vivere e lasciar vivere” che disimpegna dalla la relazione con l’altro e consente di evitare a priori le frustrazioni.

Essere quello che si vuole essere, la slogan di cui Conchita si è fatta portavoce, è una rivendicazione che soffre della stessa ambiguità della professione di tolleranza: cambia completamente il suo senso a seconda che l’altro sia incluso nel suo orizzonte o escluso. La definizione del nostro modo di essere indipendentemente dalla nostra relazione con l’altro è ciò che i greci chiamavano ubris: assenza del senso dei limiti, arroganza. L’impostazione androgina della propria identità tende ad annullare l’interdipendenza erotica tra i sessi e insegue il fantasma di un’autarchia sessuale che consentirebbe alla donna di godere come l’uomo e all’uomo come la donna. Va in scena l’autoerotismo (di cui l’araba fenice è una nota rappresentazione) che se da un lato esercita una fascinazione inconscia sulla parte onnipotente, autoreferenziale del desiderio dall’altro minaccia la parte che ama la diversità (e la libertà) dell’oggetto desiderato perché l’androgino crea una confusione di identità in cui la differenza dell’altro può cancellare la propria. L’effetto globale è perturbante: un misto di attrazione e di repulsione.

Ciò che si rigetta nella “donna barbuta” non è l’aspetto “mostruoso” sul piano estetico (che serve da copertura del motivo reale del rigetto) ma la confusione tra desiderio rivolto a se stessi e desiderio rivolto all’altro. La tolleranza di cui andiamo fieri spesso non è altro che il risultato di un maquillage che opera in superficie e riduce l’effetto perturbante a un’immagine piatta, addomesticata, quasi pubblicitaria. Tollerare veramente significa patire intensamente la problematicità della nostra dipendenza dall’altro, sentire fin in fondo lo sgomento (e il terrore) di fronte a un desiderio di libertà “dal” legame, restare dentro la tensione che forgia questo desiderio secondo la sua unica possibilità: libertà “nel” legame.

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