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Le quote azzurre di Dio

 Sarantis Thanopulos

È tornata al centro della scena politica la questione delle quote rosa solo per affondare ingloriosamente. Ci saranno lunghi strascichi ma è chiaro che la maggioranza degli uomini è ostile. Del resto molte donne sono ugualmente contrarie perché preferiscono affermarsi per conto proprio e non di certo accontentarsi delle elemosine che vengono dalla politica. L’orgoglio femminile è più comprensibile dell’egoismo maschile ma sulle quote rosa ragioni ideologiche confuse rischiano di avere la meglio sulla ragion pratica. Si dimentica, per fare un solo esempio, che le quote riservate agli studenti neri nelle più prestigiose università americane hanno aperto un varco importante nel muro di una discriminazione granitica che sfidava l’umanità stessa degli esseri umani.

Non viviamo in un mondo ideale in cui donne e uomini hanno eguali possibilità di rappresentare gli interessi comuni e di gestirli. Viviamo invece nella più netta diseguaglianza: senza quote rosa le percentuali della presenza delle donne nella vita politica (soprattutto nei ruoli più importanti) scende a cifre ridicole di cui dovremmo vergognarsi (se solo ne fossimo capaci). Si parla delle quote rosa come atto di riparazione normativo e arbitrario, che sopraffà la competenza e il merito, rimuovendo le quote azzurre. Non esiste  cosa più normativa della supremazia indiscussa della presenza maschile nei posti di responsabilità: un privilegio assoluto che non poggia sul merito ma che, al contrario, preclude a priori alle donne la possibilità di sviluppare liberamente la loro bravura.

Il valore normativo della discriminazione legata alla differenza di sesso poggia sull’assunto ideologico del Padre come fondamento della Legge. L’enorme consenso che le religioni riscuotono  non è per nulla intaccato dalla posizione assurdamente subalterna che continuano ad assegnare alla donna, in barba alla modernità. Perché le donne non si ribellano nei luoghi della vita politica e del culto contro le quote azzurre della norma di Dio (che domina silenziosamente anche le istituzioni più laiche)? Una risposta rigorosa richiederebbe una ricerca complessa (mai tentata) ma si possono individuare alcuni fattori. In primo luogo c’è una tendenza tra coloro che sono soggetti a discriminazioni consolidate e sono privi storicamente di un’organizzazione efficace a identificarsi inconsciamente con chi li discrimina. Rifiutano i propri valori considerandoli perdenti e smarrendo parte della loro identità non possono sostenere il confronto.

L’emancipazione della donna dalla sudditanza culturale e psicologica nei confronti dell’uomo sembra inarrestabile ma ci sono punti problematici di cui sarebbe meglio tener conto. A causa della loro maggiore intensità le donne sono riluttanti a impegnarsi in un conflitto di potere con l’oggetto desiderato e dànno un sostegno involontario a un’organizzazione sociale che in mille modi scoraggia la solidarietà femminile. Il punto più difficile da comprendere (e anche la questione più difficile da risolvere) è che essere donna fa paura non solo agli uomini ma anche alle donne stesse. Apparentemente più conservatrice sul piano politico la donna nella sua più profonda e intima verità rifugge le norme e l’ipocrisia sociale perfino quando si vestono di progressismo. Non è una cosa facile da vivere mentre gli uomini sguazzano nelle convenzioni.

Un’immedesimazione con l’uomo può comportare grandi vantaggi sociali e molte donne stanno scoprendo che in questo campo possono essere molto competitive. Non hanno effettivamente bisogno di quote rosa per questo, è più efficace vestirsi d’azzurro.

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