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L’arte e la sua dimora nel tempo

 Sarantis Thanopulos

 

Jonathan Jones, esperto di arte del “Guardian”, sostiene che le sculture del Partenone, che all’inizio del 19° secolo Lord Elgin ha trasportato a Londra, dovrebbero tornare ad Atene. Per Jones queste sculture devono essere conservate nel nuovo museo di Acropoli con vista su Partenone. Qui attraverso la grande parete di vetro lo sguardo del visitatore avrebbe la possibilità di riunire le sculture e il luogo della loro antica collocazione, “realizzando una sensuale connessione tra l’arte e la sua dimora architettonica”.

La disputa tra greci e britannici sulla proprietà dei “marmi di Elgin” si situa all’interno di un contenzioso più generale tra i paesi dell’appartenenza originaria delle opere d’arte e i grandi musei che attualmente le ospitano nelle loro collezioni. Molti esperti d’arte non sono favorevoli al ritorno delle opere ai paesi della loro origine perché comporterebbe una dispersione del patrimonio artistico dell’umanità in una miriade di musei locali. Il motivo più importante, tuttavia, è un altro: le grandi collezioni d’arte, concentrate prevalentemente in alcune città occidentali, testimoniano l’evoluzione del gusto estetico e della creatività artistica negli ultimi secoli nel loro rapporto con l’antichità che queste collezioni hanno reso gradualmente accessibile a tutti a partire dagli artisti stessi. La questione è complessa e controversa perché si può obiettare con altrettanta ragione che i grandi musei sono espressione di un’interpretazione storica idealizzante dell’opera artistica che rischia di pietrificarla.

Jones pone la questione in una prospettiva corretta: il legame dell’opera d’arte con il luogo architettonico all’interno del quale è stata pensata. La dislocazione di un’opera  d’arte moderna o contemporanea da una casa privata a un museo può avvenire senza grandi danni ma quella di una statua situata in uno spazio pubblico o dell’affresco di una chiesa comporta una perdita di intensità che, quando è possibile, andrebbe evitata.

Più precisamente, la sensualità dell’esperienza artistica (anche della più concettuale), senza la quale l’opera d’arte nasce morta, richiede uno spazio di vita non statico che l’opera stessa trasporta nel tempo (esponendosi al suo effetto). Collocare un’opera d’arte in uno spazio che non è quello della vita vissuta (della vita che impegna e trasforma) è un rischio perché l’estraniazione dal suo contesto tende a renderla idealmente compiuta e a immobilizzarla. L’idealizzazione antagonizza il gesto dell’artista che, come il gesto onirico, deve restare aperto, incompiuto. L’arte sogna lo spazio vissuto, nel quale mette radici, e sognandolo sospende l’effettività dell’azione e le conferisce potenzialità: l’apre oltre l’orizzonte della caducità verso l’infinito delle possibilità dell’esperienza umana.

Nulla più dell’arte porta il nostro destino oltre la morte. Le sculture del Partenone  rifuggono ogni idealità che da secoli proiettiamo su di loro in un tentativo di consolazione. Il gesto che le ha composte resta in movimento e fa volgere il nostro sguardo all’eternità, al tempo che non passa mentre scorre. Le ombre malinconiche che avvolgono i corpi e le pieghe dei vestiti esprimono un’immedesimazione profonda con la triste dolcezza della vita che convive con la conoscenza del dolore e con la prossimità della morte. Queste sculture non si dislocano oltre la morte staccandosi, come copri estranei, dal loro contesto. Fanno dislocare nel tempo il contesto in cui sono nate e il  desiderio di vivere di cui la loro appartenenza ad esso le rende foriere, proiettandoli oltre il presentimento della loro fine.

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