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La rosa di Gerico

 Sarantis Thanopulos

 Alla fine, e tra mille disastri, dalla “primavera araba” è sbocciato Isis: l’esercito/stato dell’Irak e della Siria. Una massa di maschi (tra cui molti adolescenti) che combattono per la resurrezione del Califfato. Il loro obiettivo, estraneo al Califfato storicamente esistito, è pura invenzione: uno stato psichico a cui pretendono di dare consistenza nella realtà esterna, materiale. Per questi combattenti puri le famiglie, le donne, i figli, le relazioni sentimentali, la dolcezza del vivere sono l’ultima delle preoccupazioni (secondo le loro stesse affermazioni): la cosa importante è uccidere gli infedeli e gli apostati e rendere grande il regno di Dio. Non sono pazzi perché la pazzia implica la presenza di una passione residua che non potendo esprimersi diventa lacerazione. Loro invece sono monolitici nelle loro convinzioni. Non sono neppure terroristi perché non aspirano a distruggere un ordine (senza preoccuparsi del vuoto che si determina, supposto magicamente rigenerativo) ma vogliono costruire un ordine che distrugge i sentimenti. Sono indubbiamente dei fanatici: l’intima convinzione del proprio agire che deriva dal legame con le le proprie emozioni e col desiderio è sostituita dall’adesione a un canone che delle emozioni e del desiderio vuole fare a meno. Tuttavia il loro fanatismo è iperbolico: il dubbio inconfessabile che sottende e alimenta la convinzione fanatica è spazzato via dall’azione. Non sono precisamente un fenomeno religioso ma un aspetto costitutivo del mondo attuale.

La primavera araba è naufragata nella pretesa dell’Occidente di sostituire una subalternità nei suoi confronti gestita da regimi autoritari, il che aveva una sua logica non priva di complicazioni, con una una subalternità gestita da società democratiche, il che era una bella contraddizione. Le conseguenze le ha pagate la prospettiva di un’evoluzione democratica dei paesi arabi che ci ha lasciato, almeno per ora, le penne.

Isis è il risultato più inquietante sul piano psicologico del fallimento storico dell’interpretazione occidentale delle relazioni di scambio che impostate come relazioni di potete e di sfruttamento disumanizzano potenti e deboli, sfruttatori e sfruttati. Nei militanti dell’Isis si riflette, diventando realtà concreta, evidente, la sclerotizzazione latente dei nostri legami con la vita, il rinsecchirsi crescente dei nostri affetti. Questi sostenitori del puro arbitrio, invocato come verità divina, sono le vittime manifeste di un vivere senza soddisfazione nel presente e senza fiducia nel futuro, dove la speranza diventa delusione in tempi rapidi e ogni desiderio ferita. Disincarnare la propria soggettività, appiattendola, è l’unico modo per sopravvivere, per non dissanguare la propria esistenza. Le differenze, che alimentano il sentire profondo, sono intollerabili e l’omologazione diventa salvezza.

Si vive come la rosa di Gerico nei deserti medio-orientali. Questa rosa è una pianta annuale con rami fitti e tenaci e fiori bianchi. Nella stagione secca muore e i rami formano un gomitolo legnoso. Imbevuti di acqua i rami si ridistendono e la pianta sembra rivivere, riaprirsi. I semi che contiene ne escono e germinano in poche ore. Così la rosa si riproduce. Per questo è chiamata anche “pianta della resurrezione”. Vivere per risorgere significa non accorgersi di essere già morti. La proliferazione dei morti viventi non è un nostro destino ineludibile ma è un pericolo serio che incombe. Non è privo di senso chiedersi se la vitalità della primavera araba, di cui ci siamo illusi, non sia stata, almeno in parte, che l’apparente rivivere di una speranza nata morta.

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