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La “porta povera”

Sarantis Thanopulos

 

Billy de Blasio il sindaco di New York ha promesso la costruzione di 80.000 nuovi appartamenti accessibili ai meno abbienti e la preservazione dei 120.000 già esistenti. Sono abitazioni “a fitto regolato”, frutto di un accordo tra l’amministrazione comunale di New York e i costruttori a cui si offrono delle agevolazioni fiscali e finanziamenti consistenti in cambio della destinazione di una parte degli appartamenti costruiti ad affittuari a basso reddito. Per i costruttori è una prassi conveniente, specialmente in tempi di crisi, che, tuttavia, intralcia i loro affari: i clienti benestanti, che possono permettersi i prezzi di mercato, non gradiscono gli spazi comuni extralavorativi in cui devono convivere con persone dal livello di vita inferiore al loro. Così sono corsi ai ripari. Nelle vecchie costruzioni hanno escluso gli affittuari “a fitto regolato” dalle nuove strutture di sale di giochi per bambini, piscine, palestre e giardini sul tetto. Nelle nuove costruzioni, invece, stanno realizzando due diversi ingressi: un ingresso riservato ai proprietari e agli affittuari a “mercato libero” che restringe a loro l’accesso agli spazi riservati al tempo libero e un altro, già battezzato “porta povera”, per coloro che usufruiscono di un affitto “politico”.

La politica del comune è antisegregazionista: creare condomini ad abitazione mista perfino nei luoghi più esclusivi della città mira a facilitare la convivenza, l’avvicinamento fisico tra diversi strati sociali e tra cittadini di diverso colore di pelle (tendendo conto del fatto che i bianchi sono il 75% dei proprietari o affittuari “a mercato libero” mentre la loro percentuale scende al 47% tra gli affittuari a “fitto regolato”). Tuttavia la politica dell’integrazione sbatte su una fobia del più ricco verso il più povero che non sente ragioni civili.

Gli affittuari agevolati dei condomini per ricchi di New York non diffondono disordine  sociale, non sono i “brutti, sporchi e cattivi” delle periferie degradate delle grandi città. Sono persone dal tenore di vita dignitoso e di un livello culturale decente. L’ostracismo nei loro confronti non è motivato dall’irruzione di un disagio incancrenito, accuratamente respinto ai bordi della società. Proprio per questo rivela il meccanismo nascosto di un segregazionismo emotivo che fa imputridire il malessere sociale e converte la cura del dolore in bonifica cosmetica delle città.

La coabitazione degli spazi dedicati al tempo libero, indipendentemente dalla condizione economica, economica e culturale, dalle idee politiche, dal colore della pelle, dal sesso e dalle preferenze sessuali, è un bene comune perché consente la trasformazione dell’intimità privata in intimità sociale e socializza le emozioni impedendo la loro implosione in un funzionamento “autistico”. Più la coabitazione diventa prossimità spaziale stabile, più l’incontro coinvolge i luoghi in cui si abita, più le emozioni si accordano con le varie espressioni delle relazioni di desiderio e diventano un modo condivisibile di sentire, pensare e vivere. Gli invisibili signori dell’appartamento accanto, che vivono protetti dal loro ingresso divisorio, si comportano come i bambini “asociali” che si aggrappano ai loro giocattoli rifiutando di condividerli e quindi rinunciando a giocare, a vivere. La povertà della loro vita è pari all’attaccamento a uno status sociale che sentono tanto più prezioso quanto più li isola. L’imposizione di una “porta povera” a chi vogliono tenere lontano dal proprio privilegio è una proiezione violenta della loro desolazione che i loro ingressi lussuosi differenziati intensificano.

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