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La ferita della soggettività e il tatuaggio

Sarantis Thanopulos

Vin Los è un canadese di 24 anni. Si è riempito le braccia, il petto, il volto e il cranio con parole tatuate: “Fame” (fama), “Guilty” (colpevole), “Iconic Face” (faccia iconica), “Hot” (caldo), “Scream” (grido) e così via. In un’intervista a “Vice Magazine” dichiara che ha iniziato a tatuarsi per avere un impatto sugli altri, diventare un’immagine da guardare. Vin, che lavora in un supermercato, ha scelto le parole che ricoprono il suo corpo su YouTube ascoltando le canzoni di maggior successo. È affascinato dal processo che crea cose celebri: da personaggi come Marilyn Monroe a prodotti commerciali come Starbucks. Vuole far realizzare i sogni di tutti e dare fama a persone nuove togliendo il monopolio del potere agli stupidi e noiosi che lo detengono attualmente. Vorrebbe morire: un giorno ha bevuto “un migliaio di caffè” per ottenere un effetto potente. È deluso dai suo genitori che si rifiutano di vederlo scioccati dal suo nuovo aspetto. Pensa che se fosse stato sfigurato in un incidente il rifiuto non ci sarebbe stato: il suo sfigurarsi sarebbe stato involontario e non una trasformazione volontaria di sé stesso.

Il discorso di Vin può sembrare farneticante: andrebbe visto, invece, come impasse senza riscatto possibile di un tentativo di emancipazione dall’insensatezza che pervade un’organizzazione sociale finalizzata alla riproduzione di relazioni di puro calcolo che stanno minando dall’interno le relazioni di scambio reale. L’emancipazione non riesce a trovare uno sbocco perché il nemico che si attacca all’esterno è un ospite colonizzatore del proprio mondo interiore. L’uomo che è diventato bacheca di parole nelle quali pezzi di slogan si dissolvono nel non senso, ha perso il suo posto in un mondo diventato fiera delle apparenze. Il modo con cui cerca di ritrovarlo assoggetta ancora di più la sua denuncia, che lo sfigura, al primato di una visibilità dissociata dal sentire profondo che ha reso alienante l’esperienza del vedere e dell’essere visti.

Esporre la propria soggettività a uno sguardo che non cerca nel suo oggetto la verità del suo desiderio bensì l’eccitazione necessaria per non essere spento, comporta il rischio di una ferita intollerabile, mortale. Restare desideranti è impresa impossibile perché lo sguardo che vede solo ciò che lo eccita uccide ciò che è vivo. Il corpo di Vin Los rivela, nel tentativo di arginarla, la violenza che soggiace alla trasformazione, supposta volontaria, del corpo del desiderio in una tela tatuata: immagini prive di substrato emotivo con cui si cerca di fissare sulla pelle, contenendole, le incisioni profonde che una lingua disumana (priva di capacità di coinvolgimento) determina nella carne viva del soggetto.

La violenza penetrante (che Kafka per primo ha intuito) del discorso anonimo che sottende un vedere che non sente, non si può respingere, una volta che si è presi nei suoi artigli, che facendola propria per esibirla come incisione che resta in superficie. Si evita di essere uccisi convertendo la vita che scorre nelle proprie vene in un veicolo del discorso uccisore. Il tatuaggio come seconda pelle, che affligge i nostri tempi, non è una regressione verso un linguaggio espressivo arcaico ma lo sradicamento da esso. L’incombere della morte psichica sulla vita è così forte che si preferisce fermare il tempo inteso come trasformazione involontaria, patita di sé nell’incontro con l’alterità che diventa apertura al mondo. Più si espande lo spazio del tatuaggio più il tempo è sospeso perché la diffusione del vissuto in superficie sostituisce il suo movimento trasformativo profondo.

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