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La cruda stupidità

Sarantis Thanopulos

I rigurgiti xenofobi in Svizzera, il confronto incomprensibile delle forze politiche italiane su riforme che prescindono dall’oggetto da riformare (e di cui l’unica cosa che si sa è la scritta “wanted” su un foglio bianco), i sermoni quasi quotidiani con cui il ministro tedesco Schauble rivolge ai greci ammonimenti alternati con incoraggiamenti (egualmente privi di un reale significato), hanno una cosa in comune (forse tutto sommato non viviamo nel regno dell’assurdo). La cosa in comune è la cruda stupidità a cui sono condannati gli esseri umani quando si rompe il loro legame con la cultura.

Questa affermazione può sembrare azzardata: non tutti gli xenofobi svizzeri sono incolti, la maggior parte dei politici italiani è sufficientemente istruita e sicuramente Schauble avrà riccamente fruito della grande cultura tedesca. Ugualmente azzardato sembrerebbe supporre che la folla che da qualche parte e in qualche epoca assisteva impassibile allo spettacolo di un re che camminava nudo per strada fosse più ignorante del bambino che ha rotto l’omertà di uno sguardo collettivo. Si sarebbe tentati piuttosto a pensare che in quella circostanza fosse in gioco la spontaneità, l’innocenza degli occhi infantili. Eppure lo sguardo di quel bambino non era uno sguardo vergine ma uno sguardo colto.

Siamo abituati a confondere, un po’ pigramente, il sapere con la cultura mentre, in realtà, la cultura è ciò che connette il sapere con il desiderio e il piacere di vivere. Un bambino che connette l’esperienza conoscitiva elementare di cui dispone con la sua voglia di vivere ha una capacità di giudizio più incisiva di un adulto che usa il suo sapere per difendersi dalla vita. Della cultura si possono dare diverse definizioni ma la sua funzione essenziale è quella di espandere il piacere dei sensi oltre i confini della pura sensorialità senza, tuttavia, tradirla. Questo richiede un uso valorizzante degli oggetti desiderati che implica il rispetto della loro intrinseca natura e consistenza.

È difficile nel bagliore tecnologico in cui viviamo, che ottunde i nostri sensi, accettare l’idea che la mortificazione costante di ciò che desideriamo rende il sapere manipolativo e la nostra vita sterile e istupidita nella sua ansia iperproduttiva. La complessità delle ragioni che ci stanno portando a vivere senza cultura può scoraggiare la ricerca di soluzioni e pavimentare la strada della rassegnazione ma esiste un punto in cui la messa a fuoco dell’intero problema assume una certa chiarezza: la rottamazione del passato produce una rottamazione della cultura. La rottamazione del passato è l’opposto della sua trasformazione/rivoluzione che fa della storia una cosa viva. Mentre la rivoluzione del passato è l’opera di una cultura che si rigenera nelle cesure della storia e dischiude la porta al futuro, la rottamazione produce roba riciclabile o materiale inerte che solidifica l’esistenza ostacolando il suo movimento.

Nei rottamatori dietro l’apparente odio per il vecchio è nascosta un’inconscia necrofilia: l’ossessiva rimessa in circolo delle cose scadute del passato che hanno esaurito il loro potenziale di uso. L’arte del riciclaggio, della riconversione (per usare un’espressione più nobile) sta diventando un valore importante nei nostri giorni, il che è del tutto comprensibile data l’enorme quantità di materiali inutilizzabili che stiamo accumulando. Fino a che punto siamo disponibili a riconoscere che questo supposto valore è il risultato di un intasamento culturale e psichico che ci sta narcotizzando, fino a farci apparire il giardino dei luoghi comuni come terra promessa?

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