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Il nodo è gordiano ma non si può tagliare

Sarantis Thanopulos

 

Una coppia ha fatto ricorso alla fecondazione assistita omologa e la donna è rimasta incinta di due gemelli. Dai test successivi i due genitori in attesa hanno saputo che il loro patrimonio genetico non corrispondeva a quello dei due feti ospitati nell’utero della donna: uno scambio di provette, gli embrioni appartenevano a un’altra coppia.

Lo scambio ha creato diversi problemi, il più evidente dei quali è quello legale. Dal punto di vista giuridico infatti chi saranno i genitori? Quelli biologici (a cui appartengono gli embrioni e la cui identità è o sta per essere scoperta) o quelli inconsapevolmente adottivi (con la complicazione ulteriore che è la madre adottiva ad ospitare nel suo grembo i futuri bambini)? Teoricamente nessuna soluzione è esclusa in partenza neppure quella salomonica (i problemi della modernità rispetto al desiderio di essere genitori hanno radici molto antiche): un bambino agli uni e uno agli altri.

Visto dal punto di vista psicologico e privilegiando l’interesse dei futuri bambini a scapito di quello degli aspiranti genitori, il problema legale può essere risolto/tagliato come nodo gordiano: è la donna incinta a definire chi sono i genitori. La permanenza nell’utero di una donna, lo stabilirsi in lei delle condizioni psicocorporee adatte per questa permanenza e la prossimità con il suo corpo e le sue emozioni subito dopo il parto sono le condizioni che danno forma e senso all’essere “madre” dal punto di vista di un bambino che si affaccia al mondo. Le cure materne devono posizionarsi all’interno di questa contiguità psicofisica tra madre e figlio — affinché la cesura della nascita sia ricucita — e nella misura che la contiguità è ferita le cure sostitutive devono tenerne conto e offrire una riparazione.

La gravidanza dà diritto di “prelazione” alla donna incinta e alla coppia di cui lei è parte, perché l’eredità del patrimonio genetico non è significativa per un soddisfacente sviluppo psicocorporeo dell’essere umano — a condizione ovviamente che la natura non l’abbia eccessivamente discriminato. Tutto quello di cui abbiamo bisogno all’inizio della nostra vita è una madre che ci tiene e ci sogna dentro di sé, che una volta che ci partorisce ci è devota nel prendere cura di noi e ci desidera senza condizioni. Non sarebbe capace di farlo nel modo giusto se non fosse legata (almeno potenzialmente) a un uomo che la ama ed è amato da lei ma di questo in origine poco sappiamo e poco vogliamo saperne.
Tuttavia per quanto la condivisione del patrimonio genetico non è in sé stessa determinante per l’assunzione della funzione genitoriale, la sua assunzione psico-culturale come “legame di sangue” ha una sua importanza. Rivedersi nei figli, scorgere in loro somiglianze fisiche e attribuire a una co-appartenenza naturale quelle caratteriali, fa parte del “riconoscimento”: la conferma della continuità nella discontinuità, del consueto nell’inconsueto.

Il riconoscimento nei figli non dipende solo dal legame di sangue (sono molto più significative le identificazioni reciproche che si creano nella relazione reale con loro) ma l’assenza di questo legame può interferire con la funzione genitoriale in presenza di incertezze dei genitori sulla legittimità del loro ruolo. Si deve tener conto del fatto che già il ricorso alla fecondazione assistita comporta una certa tristezza e amarezza: la rinuncia all’esigenza che il figlio nasca dalla relazione di desiderio. Il seme dell’uomo che attecchisce nel corpo della donna ha un importante significato simbolico che alimenta potenti fantasie erotiche che pur indipendenti dalla procreazione effettiva ne costituiscono il fondamento psichico più solido.

Il più esposto alla delusione è l’uomo perché la gravidanza lo esclude dalla più totale delle unioni e lo priva, al tempo stesso, della sua compagna. Nel caso di una fecondazione eterologa in particolare, la rinuncia non solo alla fantasia di occupare, ingravidare lo spazio interiore della sua donna con il proprio desiderio ma anche alla possibilità di partecipare con materia che viene dal proprio corpo alla creazione che prende forma nel corpo di lei, tende a farlo sentire più lontano e più estraneo. La difficoltà è più grande se l’aspirante padre deve affrontare una fecondazione eterologa che è avvenuta a sua insaputa e quindi senza una sua adeguata preparazione psicologica. Il rischio è che assegni il figlio alla sola madre ritirandosi inconsciamente nel ruolo del “principe consorte”. Nella donna dal canto suo l’idea di un embrione che non si è impiantato dentro di lei come conseguenza diretta del suo desiderio erotico e, proveniente da un’altra, non ha nessuna correlazione con il suo patrimonio genetico, favorisce l’emergere della fantasia di ospitare un essere alieno che è presente, allo stato latente, in ogni gravidanza.

La gravidanza riattiva nella donna l’esperienza narcisistica di unione con la propria madre e quindi anche il desiderio di essere l’oggetto ideale di lei, il complemento che la rende autosufficiente, autarchica. La sua antica e rimossa aspirazione torna nelle sembianze immaginarie di un essere non ancora definito e non ancora nato che può essere investito in modo messianico. Nella gravida convivono l’idea di un bambino ideale, che esalta le sue premure e la sua devozione, e di un bambino reale, che proviene dal legame erotico tra lei e il suo uomo e la cui differenza si prepara di accogliere. Tutte le volte che il legame ideale prevale sul legame reale, la preoccupazione prevalentemente inconscia della madre che qualcosa di estraneo al suo desiderio per la vita vera invade il suo mondo psichico, la costringe a riposizionarsi in un rapporto appropriato con la realtà.

La presenza dentro di sé di un embrione non originato dal proprio desiderio e dal proprio corpo tende a rinforzare nella gravida il versante persecutorio del bambino messianico, ideale che se perde il suo legame con il bambino reale (il giusto equilibrio tra narcisismo e amore per l’altro) assume un significato inquietante perché si rivela morto, artefatto di fronte al desiderio. Questo può favorire la percezione del feto come ibrido mostruoso (come mescolanza ripugnante di parti vive e di parti morte), un fantasma che in alcune donne di fragile identità femminile (colonizzate dalle aspettative di una madre molto ingombrante) può portare all’aborto spontaneo o alla sterilità psicogena. Se sul piano psicologico la cosa più sensata e appropriata è di aiutare la coppia malcapitata di portare avanti la genitorialità complicata che un errore umano (o il caso) le ha assegnato, è necessario pure riflettere sulla complessità delle situazioni che comporta la fecondazione assistita che non può essere affidata a valutazioni di tipo solamente tecnico.

Un sostegno emotivo adeguato è indispensabile soprattutto nel caso di fecondazione eterologa (voluta o subita) dove la combinazione tra la delegittimazione che l’uomo può provare, rompendo senza saperlo il patto erotico coniugale, e l’isolamento in cui la donna si può trovare, sostituendo la sua condizione femminile con una maternità ideale, astratta (priva di desiderio), può sottrarre al figlio fortemente voluto del suo destino, negargli il pieno diritto alla vita.

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