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Il “gusto” del vivere

Sarantis Thanopulos

 

Caterina Simonsen, una ragazza di 25 anni, ha espresso in un video la sua posizione favorevole alla sperimentazione animale che, ha spiegato, le ha permesso di essere ancora in vita. In cambio ha ricevuto offese e auguri di morte da parte di alcune centinaia di animalisti o supposti tali. Il dibattito sulla sperimentazione animale è fortemente ideologizzato da entrambe le parti in conflitto e il buon senso (per non scomodare il discorso scientifico) ne fa le spese. Al di là delle strumentalizzazioni, il caso di Caterina mostra ancora una volta i limiti del “politically correct”, l’impasse in cui finisce regolarmente tutte le volte in cui i luoghi comuni che difende con generosità equanime e visione aconflittuale finiscono per entrare in contrasto. Tuttavia la polemica che ha animato il periodo natalizio ha delle implicazioni indirette che meritano attenzione.

L’amore per gli animali mantiene viva e significativa dentro di sé la propria infanzia perché conserva il legame con modalità di comunicazione spontanea e riattiva le prime forme di sublimazione che hanno socializzato la passione erotica. Che in tanti preferiscono gli animali agli esseri umani non fa certo scandalo: la crudeltà umana può superare ampiamente la ferocia animale. Nondimeno nelle sue forme più estreme, e sempre più diffuse, la preferenza accordata agli animali nasconde una difficoltà di concepire relazioni paritarie, un rifiuto della propria dipendenza da legami psichicamente complessi e, a volte, tentazioni sadiche mantenute sotto controllo attraverso la loro conversione in sentimenti amorosi, protettivi. Ci sono concezioni del nostro rapporto con gli animali e con il mondo vegetale che pur nell’ambito delle migliori intenzioni pacifiche nei confronti del prossimo promuovono una visione disincarnata della vita.

Il teologo Vito Mancuso, intervenuto in favore di Caterina, ha esteso il diritto di vivere ai batteri (“perché fanno solo il loro mestiere senza nessuna intenzione di aggredirci”) e alle piante in generale, arrivando a chiedersi se raccogliere i frutti degli alberi non implichi una forma di furto. Citando Gandhi, secondo il quale “la violenza è una necessità connaturata alla vita corporea” (visto che non si può nutrire che sopprimendo un’altra vita animale o vegetale che sia), Mancuso giunge alla conclusione che “nessuno é innocente e nessuno è in grado di stabilire dove si debba attestare il rispetto per la vita”. L’applicazione di categorie umane alla natura non è il modo migliore per comprendere la nostra posizione in essa e, inoltre, questo modo onnicomprensivo di concepire la violenza (identificandola con ogni singolo atto del nostro vivere: non soltanto la nutrizione, ma anche l’uso dei vestiti, il camminare sull’erba ecc.) la priva, di fatto, di significato. A meno che tale definizione della violenza non abbia come sua fonte di ispirazione un rigetto inconfessabile del legame erotico, carnale con la vita.

Secondo questa prospettiva, che ignora l’etica, l’essere umano non deve mangiare la mela perché con l’atto di mangiarla, supposto violento e colpevole, afferma il suo corpo di soggetto desiderante. Un bambino non scoprirà mai il senso della sua esistenza se non sarà in grado di “mangiare” il corpo della madre godendone, se l’indebita preoccupazione dell'”innocenza” gli impedirà di scoprire che la natura amata con rispetto (le mele mangiate) si rigenera. Stiamo perdendo il “gusto” del vivere. Senza esserne consapevoli sembra farsi strada un ideale di anoressia che tende a trasformare la vita in puro spirito: l’incarnazione del nulla.

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