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Il desiderio e i disagi nella civiltà

Sarantis Thanopulos

Il libro “Nuovi disagi nella civiltà”, è un dialogo stimolante e rigoroso di Francesca Borrelli, che ne è la curatrice, con Massimo De Carolis, Francesco Napolitano e Massimo Recalcati. La passione che lo anima pone questioni vere, lontane dalla desolazione dei dibattiti sul nostro presente che ignorano il passato e inventano il futuro. Ha senso parlare oggi del disagio psichico così come Freud l’ha definito o ci troviamo di fronte a nuove forme più insidiose di malessere? E se il lavoro della morte (che Freud per primo aveva intuito), diventato manifesto attraverso due guerre mondiali e la Shoah, ha ripreso a crescere, dopo l’illusione di una sua estirpazione, diffondendosi in silenzio, possiamo continuare a ignorarlo nelle nostre analisi della crisi che ci affligge e alla quale nessuna riorganizzazione di superficie può porre rimedio?

Il cambiamento nel campo del disagio psichico è evidente. C’è un uno spostamento innegabile del dolore verso l’orizzonte melanconico dell’isteria: il luogo in cui l’altro amato/odiato rischia di precipitare nel nostro mondo interno in un abisso di perdita irreparabile. Ciò mette in gioco il narcisismo -l’uso consolatorio di un oggetto ideale come specchio di sé- e sostituisce il senso di responsabilità (il rispetto dell’altro desiderato) con un senso di colpa improprio (colpa di desiderare, di amare). Questo senso di colpa è minato dalla vergogna (la ferita dell’amor proprio e il senso di inadeguatezza a cui espongono le delusioni quando l’idealizzazione viene smentita dalla realtà) e non crea nessuna riparazione ma una tendenza verso l’evasione, la distrazione dalla propria interiorità.

Dietro il disinvestimento della vita reale Freud aveva visto la pulsione di morte ma non è necessario scomodare una tendenza biologica alla distruzione per spiegare la paralisi psichica che sottende la nostra civiltà. Questa paralisi, che produce violenza senza passione per nascondere la sua illegittimità, deriva da un processo sociale di sclerotizzazione della relazione di desiderio. La relazione del desiderio in sé stessa non è cambiata: ciò di cui necessitiamo è un modo nuovo di vederla se vogliamo comprendere e fronteggiare la malattia (psicosociale) che la altera. Possiamo ancora vedere l’amore per l’altro come “desiderio di essere desiderato “, secondo Hegel (e Lacan), senza ingabbiare il senso del godimento (e del coinvolgimento) nel contratto sociale?

Nel suo nucleo originario e irriducibile alle ragioni dell’altro, il nostro amore è “spietato”: insegue il godimento (la soddisfazione profonda del desiderio) e ignora la soggettività dell’oggetto desiderato, che lo rende autonomo da noi. Quando questa pretesa è delusa si mantiene vivo sotto forma di odio. A un secondo livello (radicato nel primo) riconosciamo che è l’odiata soggettività dell’altro, la libertà del suo desiderio (la possibilità e il bisogno di amare altro da noi), a renderlo vivo è desiderabile, e desideriamo che sia desiderante e non semplicemente che ci desideri. L’amore è desiderare di essere desiderati da un altro che essendo desiderante desidera anche altro da noi: questa è la condizione perché un vero godimento (che esige un partner vivo perché libero) possa diventare possibile.

Questo amore che definisce  il contratto sociale (invece di essere definito da esso) rientrerebbe in forma emendata nel discorso di Hegel, se Proust non ci avesse orientati verso un’altra possibilità: l’amore è desiderio della tensione tra l’essere e il non essere desiderati (tra la certezza e l’incertezza di esserlo). Che posto ha questa tensione (che è libertà) nella nostra epoca?

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