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Gli psichiatri non sanno ridere

Sarantis Thanopulos

 

Sul British Journal of Psychiatry è stata pubblicata una ricerca sulla correlazione tra gli attori comici e quattro aspetti di personalità: esperienze inusuali (pensiero magico, credenze nella telepatia e nei fenomeni paranormali, esperienze percettive anomale), difficoltà nel mettere a fuoco i pensieri o distraibilità, elusione di intimità, tendenza verso comportamenti impulsivi e antisociali. Secondo i ricercatori dai dati raccolti emerge un’impressionante somiglianza tra gli elementi creativi necessari a produrre comicità e gli elementi che caratterizzano lo stile cognitivo di soggetti che soffrono di schizofrenia o di sindrome maniaco-depressiva. La schizofrenia lieve faciliterebbe il pensiero anticonvenzionale; il pensiero maniacale favorirebbe la formazione di originali connessioni umoristiche delle idee.

Questo studio che fa suo lo stereotipo del legame tra psicosi e creatività mostra lo smarrimento d’identità che affligge la psichiatria dopo la rescissione temeraria del suo legame con la psicoanalisi e la fenomenologia. Oggi la psichiatria da una parte appare appiattita sulla psicofarmacologia e dall’altra parte si trova confinata nello spazio di una ricerca empirica priva di orientamento e complice di una attività classificatoria ossessiva e sterile. Perduta la propria cultura insegue affannosamente letture del comportamento basate su criteri vaghi e disinvoltamente applicati su campi di esperienza molto dissimili e crea correlazioni e schemi di pensiero che ingabbiano l’esperienza vissuta. La vocazione alla reclusione delle istituzioni psichiatriche è tornata in auge in modi più sottili e pervasivi che nel passato.

La psicosi non è fonte di creatività: è la sua morte. Si continua con perseveranza a scambiare la psicosi con la follia in barba all’esperienza clinica (con la quale molti psichiatri di oggi hanno scarsa dimestichezza). La follia è il ritorno della passione e della creatività (un processo dinamico e non un modo inusuale di pensare statico e caratterizzante una determinata personalità) con cui il soggetto caduto nel vuoto psicotico cerca di riparare la perdita di senso che ha colpito la sua esistenza. Nel pensiero maniacale c’è una dispersione della creatività: la rapidità delle associazioni è tale da impedire la fertilità delle loro connessioni. La mania è un aborto della creatività e l’euforia che produce è una droga interna che, come Freud ha intuito, si basa sul risparmio psichico ottenuto col venir meno delle inibizioni.

Il risparmio psichico ottenuto con l’eccitazione maniacale, che allontana il soggetto dal coinvolgimento emotivo profondo, è diverso da quello che è all’origine della comicità e trasforma l’energia resa libera in riso. Questo secondo tipo di risparmio non annulla il coinvolgimento ma lo connette (per usare parole di Freud) “allo stato d’animo della nostra infanzia, nella quale non conoscevamo il comico, non eravamo capaci di motteggiare e non avevamo bisogno dell’umorismo per sentirci felici di vivere”. La creatività nella produzione della comicità ha a che fare con la libertà di esplorazione e di sperimentazione del gioco infantile la cui riappropriazione da parte dell’adulto favorisce l’elaborazione del lutto. La scoperta del lato comico delle cose non è evasione dal dolore della perdita ma apertura alle possibilità insospettabili di ritrovamento dell’oggetto perduto che la vita offre. Gli psichiatri britannici che hanno cercato la creatività nel luogo in cui essa è negata risentono della fascinazione farmacologica e, senza esserne consapevoli, concepiscono la comicità come droga.

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