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Datemi la morte

Sarantis Thanopulos

In Belgio una ragazza di 24 anni, con un’infanzia molto difficile e gravemente depressa, ha chiesto di morire per eutanasia. Tre medici hanno espresso parere favorevole, avendo valutato come insopportabile la sua sofferenza.

La decisione dei medici belgi porta la questione dell’eutanasia ben al di là dei confini entro i quali è stata finora applicata: per porre fine a malattie incurabili, incompatibili con un livello di vita accettabile, e a stati vegetali di esistenza senza speranza di recupero. Per soddisfare, anche, il desiderio di una “bella morte”, organizzata come un lungo sonno dopo una vita vissuta pienamente.

Una ragazza all’inizio della sua vita adulta e sana fisicamente, dovrebbe essere accompagnata alla morte per malattia dell’anima. Come se non fosse mai nata veramente. Valutazione irresponsabile dei medici, scelta fuorviata dall’illusione, in cui vive un’inconsapevole arroganza, di poter assumere la responsabilità di una decisione che, in realtà, non competeva loro.

Cosa ha spinto i tre “esperti” a stabilire che una ragazza di 24 anni non ha nessuna possibilità di uscire dall’inerzia depressiva per il resto della sua vita naturale? Questo può essere molto probabile, ma cosa induce a stabilire con certezza matematica che un rimedio, uno spiraglio possibile e imprevedibile, non esista? Per la natura del loro oggetto di conoscenza, la psichiatria e la psicoanalisi dispongono certamente di un sapere prognostico, ma non di una predizione esatta e vincolante del destino esistenziale di un essere umano (per nostra fortuna).

La possibile impasse finale tra un impotente, inevitabilmente violento, accanimento terapeutico e una sofferenza insopportabile, ribelle ad ogni trattamento, può risolversi solo con il suicidio, atto supremamente tragico con cui il soggetto si re-impadronisce del suo destino perduto. Ossimoro catastrofico che gli riassegna, nondimeno, un’assunzione di responsabilità che nessuno gli può sottrarre.

Delle persone intrappolate in una sofferenza che può condurre al suicidio, solo una minima parte lo commette effettivamente. Inoltre, spesso si tolgono la vita persone insospettabili, mentre soggetti ad alto rischio non ci arrivano mai. Concedere l’eutanasia a una giovane perché depressa, è stato un inconfessabile atto di liberazione dei curanti dalla difficoltà di convivere con un dolore intrattabile e incontenibile, perciò contaminante.

Il rischio è che la prevenzione del suicidio si trasformi nel suicidio assistito come prevenzione della contaminazione: passare dalla difesa del diritto del sofferente di vivere (che può diventare accanimento) alla difesa del diritto dei non sofferenti di non farsi contaminare dal dolore. Una lettura monolitica dell’esistenza in cui l’essere umano è predeterminato fin dalla nascita. Per chi è caduto nel campo sbagliato del destino, all’infelicità non ci sarebbe altro rimedio che la morte felice.

A un livello inconscio, la ragazza che si è appellata all’eutanasia, ha chiesto ai suoi genitori, per interposta autorità, di darle la morte: toglierle la vita che non riesce a vivere perché la percepisce come minaccia per loro. Il sacrificio, che non si deve accogliere, è anche una denuncia, fatta di amore, dolore e odio, che andrebbe ascoltata. C’è una domanda di vita, dietro la richiesta di morte.

Alla difficoltà di dare a un problema etico una risposta netta, non si può ovviare con una risposta manichea. Stiamo smarrendo la capacità di sostare nella tensione tra due prospettive ugualmente necessarie e di usare il suo effetto catartico, trasformativo.

La scarichiamo nella decisione che più ci deresponsabilizza.

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