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Ciò che resta del padre – di Sarantis Thanopulos

Ciò che resta del padre

 

Sarantis Thanopulos

 

Il pericolo dell’estinzione del padre ossessiona una società che non riesce né a uscire né a stare dentro il recinto della sua storica organizzazione patriarcale -la quale sempre di più rivela il suo carattere repressivo, costrittivo. Il rischio vero, in corso d’opera, è la regressione collettiva verso l’investimento della figura di un “padre ideale” che oscura la relazione “coniugale” (la congiunzione erotica tra pari) in entrambe le sue declinazioni (etero e omosessuale). Questa figura, del tutto avulsa  dal corpo sessuale, sottomette la nostra vita a un processo di astrazione dall’esperienza erotica. Configura tutte le relazioni secondo due schemi che si rispecchiano l’uno nell’altro: i legami madre-figlio e padre-figlia. Un matriarcato patriarcale, una mostruosa disincarnazione dell’esistenza.

Cosa resta del padre reale oggi? Del significato della sua assenza possiamo apprendere molto dalla tragedia greca. In essa vanno regolarmente in scena omicidi intenzionali tra consanguinei: infanticidi, matricidi, fratricidi, uxoricidi. Tuttavia, dalle opere tragiche è esclusa l’uccisione del padre: Laio è ucciso da Edipo fuori dallo spazio tragico vero e proprio e in modo fortuito, senza che fosse riconosciuto nella sua identità di padre. Sono parimenti escluse l’uccisione della moglie e quella tra fratellou e sorella. Non sono dunque contemplati il parricidio, che incombe dall’esterno come catastrofe di cui si è inconsapevoli, né il femminicidio, l’assassinio della donna dal suo uomo, che rompe il legame di fraternità tra i due sessi.

Stando ai tragici greci -che interrogano i conflitti psichici che fondano la soggettività e non situazioni reali, concrete- la donna può uccidere i propri figli o il proprio uomo, i figli possono uccidere la madre e i fratelli maschi possono uccidersi tra di loro. Sono azioni distruttive intenzionali nell’ambito di conflitti legati alla differenza, ai pericoli di cui essa è foriera. Viceversa, il parricidio può accadere solo in modo non intenzionale. Il destino del padre (la possibilità della sua esistenza) si decide a partire da due condizioni che precedono l’intenzionalità e la socialità delle relazioni umane perché rappresentano la loro premessa: l’apertura femminile dell’essere all’alterità e la fraternità -la parità sul piano del desiderio- tra i due sessi.

L’omicidio intenzionale nel campo delle relazioni differenziate -nel senso di uccidere nel proprio desiderio l’altro, nella sua distinta identità- è una soluzione fallimentare dei problemi della differenza. La distruzione dell’altro -a cui l’hanno condotto errori preterintenzionali (sulla valutazione dei propri interessi reali)- mette l’essere umano di fronte al dilemma costitutivo della dimensione tragica della propria soggettività: chiudersi nell’autoreferenzialità, perseverando nell’azione auto/etero-distruttiva, o esporsi (trasformandosi) all’imprevisto, accettandone il rischio. Il femminicidio e la cancellazione della fraternità tra l’uomo e la donna, sono, invece, esterni allo spazio tragico perché precludono la differenza e il conflitto. La distruzione dell’apertura femminile all’alterità, preclude sia l’intenzionalità che la preterintenzionalità. È il grado zero dell’esistenza del padre e della relazione con l’altro.

La sparizione del padre è rimediabile finché le relazioni di desiderio resistono e le funzioni genitoriali non si riducono al solo sostegno e accudimento. Dove possiamo reperire dentro di noi l’apertura erotica alla vita, quindi la madre, anche il padre è reperibile, come oggetto in cui questa apertura trova la sua sponda e la sua ragion d’essere.

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