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L’amore ai tempi di internet

di Sarantis Thanopulos

 

Si è svolta lo scorso weekend a Pisa la III edizione dell’Internet Festival, organizzato dalla Regione Toscana. Tra i temi dibattuti “l’amore ai tempi di internet”. L’amore che nasce e vive via internet è oggetto di comprensibile scetticismo (diffuso tra i partecipanti al festival) che, tuttavia, sembra mal orientato. Si è inclini a considerare la relazione amorosa remota, che rende il legame necessariamente casto, “platonico”, come priva di sostanza, amore fantasticato, illusorio. Se questo fosse vero dovremmo sbarazzarci di tutta la grande tradizione dell’epistolografia amorosa e confinare Abelardo ed Eloisa in un sonno infinito privo di desiderio e di memoria. Così non è per fortuna: può esserci molta più profondità di coinvolgimento e di sentimenti nelle storie in cui i corpi non hanno la possibilità di incontrarsi, per motivi estranei alla volontà degli amanti, che in tanti avvinghiamenti che creano molta eccitazione e poca soddisfazione reale.

 

L’uso dell’internet nella comunicazione erotica denota, invece, una relazione perversa nel suo significato quando l’incontro virtuale si sostituisce a quello reale esiliandolo. Il “cattivo uso” dell’internet è oggetto di biasimo generale che solitamente sfocia in un atteggiamento educativo che trasforma l’effetto in causa. Non è l’uso improprio della comunicazione online, come delle innovazioni tecnologiche in genere, a creare una patologia esistenziale ma, al contrario, è un disagio psichico non riconosciuto a causare l’uso distorto della tecnologia. Nondimeno la tecnologia ha in sé qualcosa che rende possibile un rapporto morboso con essa. È facile intuire che le facilitazioni della vita materiale possano favorire un’indolenza psichica ma l’aspetto più problematico (e potenzialmente inquietante) è un altro: la tecnologia opera su valori quantitativi (il supporto materiale dell’esistenza) e le è estraneo il concetto di qualità affettiva della vita. Questo fa di essa lo strumento privilegiato della tendenza dominante di privilegiare un bisogno psichico di stabilità che è tutto centrato sul sollievo immediato e avversa la sperimentazione, lo sbilanciamento rispetto al proprio centro di gravità e ogni tipo di trasformazione profonda.

 

Essere compulsivamente connessi con gli altri, con l’obiettivo inconfessabile di restare incontaminati emotivamente, permette di trasformare la qualità dei sentimenti, che implica coinvolgimento e esposizione, in quantità di contatto psichico inerte. L’amore è frutto della nostra angoscia di perdita (Proust), nasce dalla discontinuità della presenza dell’amato che, attraverso il senso di mancanza, scioglie le riserve e le difese e libera la strada al desiderio. La discontinuità come premessa necessaria della relazione amorosa è ciò che i forzati della connessione compulsiva cercano di annullare. Perché se da una parte l’amore, che conosce e ama il lutto che lo fa nascere, è la miglior cura dell’angoscia di perdita, dall’altra la può generare nella forma del dilemma tragico di una scelta inesorabile tra sé e l’altro. Il punto critico è quello in cui l’affinità -che dimora nella prossimità- si estende verso la differenza -la lontananza- che la porta oltre i suoi confini e la trascende. L’attrazione tra gli amanti raggiunge il massimo della sua intensità dove la prossimità sporge fino a emigrare, gettarsi nella lontananza ma in un’epoca che incoraggia l’immobilità, perché il movimento crea conflitto, l’esposizione che ama l’attesa e l’intervallo può essere percepita come frana. Questo crea angoscia che la connessione perpetua tampona ma non risolve: la mantiene attiva.

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