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Ai bambini cattivi psicofarmaci come regalo di Natale

Sarantis Thanopulos

 

Secondo dati riportati da Consumers Reports, negli Stati Uniti l’uso di antipsicotici riservato ai bambini si è triplicato negli ultimi 10/15 anni e, in particolare, per i bambini tra i 2 e i 5 anni si è duplicato tra il 2001 e il 2007. Nonostante la Food and Drug Administration (l’agenzia governativa di protezione dai cibi e dai farmaci nocivi) raccomanda di evitare questo uso spropositato, molti medici americani, sotto l’influenza del marketing aggressivo delle società farmaceutiche, ignorano la raccomandazione e trattano i bambini con disturbi turbolenti del comportamento come se fossero psicotici, specialmente quando appartengono a famiglie disagiate che non hanno possibilità di accesso a cure di qualità e non hanno la capacità di affrontare problemi emozionali complessi.

L’impotenza delle autorità governative a mettere un argine allo strapotere delle industrie farmaceutiche va di pari passo con un cambiamento della mentalità collettiva nei riguardi del giusto modo di vivere: dalla valorizzazione della creatività, dell’intensità delle emozioni e della profondità dei sentimenti ci si sta spostando, in modo apparentemente inarrestabile, alla conformazione ad un agire automatico, secondo standard di comportamento prevedibili, programmabili e efficienti. È irrilevante che i tranquillanti non siano effettivamente in grado di produrre una reale efficienza comportamentale conforme ai modelli sociali dominanti: la cosa importante è che questa loro supposta qualità rassicuri un’opinione pubblica alla ricerca di cose concrete e di ordine che sta alla larga dalla complessità e dalle sue incertezze.

I farmaci con cui una ancora piccola percentuale di bambini è sottoposta a un trattamento palesemente repressivo che viola la loro soggettività, vengono assunti inconsciamente dalla maggioranza di adulti come strumento di controllo sociale. Il disturbo comportamentale nel bambino è il più delle volte l’unica manifestazione, inevitabilmente distorta, della sua vitalità e la sola comunicazione indiretta di un profondo malessere che lo affligge. Ciò che sta dietro l’irrequietezza e l’aggressività è una grave deprivazione psichica che la somministrazione di psicofarmaci non solo non risolve ma aggrava.

La società degli adulti non è mai stata tenera con i bambini: si può amare intensamente i propri figli e soffrire enormemente per la loro perdita senza per questo perdere il sonno per i milioni di piccoli esseri che muoiono di fame o sotto le bombe oppure sopravvivono in condizioni disumane di abbandono e di sfruttamento. Confluiscono in questa crudeltà negata, a cui fa da copertura l’indifferenza, un miscuglio di sentimenti inconfessabili: il bambino dalla passione ineducabile che esiste in ogni adulto (e si oppone ai compromessi di cui è lastricata la vita) è scomodo e vulnerabile ed è per questo inconsciamente temuto, rifiutato, odiato.

L’ambivalenza che l’adulto prova nei confronti delle ragioni infantili dentro di sé spiega la mancanza di compassione di cui spesso i bambini (come insieme sociale) sono vittime in piena contraddizione con l’amore che è loro rivolto. Tuttavia l’attacco ai bambini non aveva mai avuto nel passato il carattere repressivo ideologico che sta assumendo nella società di oggi. La violenza della repressione farmacologica è potenzialmente più grande di quella di un attacco di bombe perché tende a distruggere la radice stessa dell’essere umano. Stiamo andando verso un futuro in cui non ci saranno più adulti a odiare la loro infanzia ma bambini mai diventati adulti.

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