Contatta il nostro Centro: 045.8013574




GRUPPI BALINT PER FAMILIARI

IL LAVORO CON I FAMILIARI. PERCHE’ I GRUPPI A CONDUZIONE BALINT
Fondamentale per il trattamento di patologie complesse è il lavoro in équipes altamente specializzate. Per sostenere il percorso terapeutico dei pazienti che si rivolgono a noi, abbiamo da anni attivato e sperimentato un dispositivo di sostegno per genitori e  familiari. Un dispositivo che deriva dal metodo progettato da Michael Balint per aiutare i medici a gestire le relazioni con i loro pazienti. Attraverso questa tecnica Balint si proponeva di migliorare le capacità dei medici di utilizzare con i pazienti la relazione interpersonale come fattore terapeutico. Analogamente noi ci proponiamo di migliorare la capacità di genitori e familiari di sostenere il percorso terapeutico dei figli.
Riteniamo fondamentale favorire il processo di autonomizzazione dei pazienti e quindi  accogliere i genitori  in un contesto separato  coinvolgendoli nel lavoro terapeutico al fine di farli diventare un aiuto e una risorsa per il cambiamento. Generalmente, in una famiglia  in cui sono presenti disturbi alimentari, le relazioni reciproche sono cariche di sofferenza e disagio e, come per i pazienti, anche per i familiari è faticoso chiedere aiuto.
I familiari devono superare la vergogna, i sensi di inferiorità nei confronti degli altri genitori per un supposto modello ideale di genitorialità perfetta.
E’ importante costruire con loro una collaborazione che li renda più competenti rispetto ai disagi dei loro congiunti (più spesso figli) affinché li possano aiutare sia a rivolgersi ad un terapeuta per chiedere una psicoterapia sia sostenerli affinché, una volta intrapresa una cura, la portino fino alla conclusione senza interromperla. Questa è la condizione necessaria per uscire davvero dalla malattia senza incorrere nelle frequentissime “ricadute” che cronicizzano il disagio riducendo sempre più la possibilità di superarlo in modo radicale e definitivo.
 
INTERVISTA  AI GENITORI
La terapeuta che segue i familiari fissa un primo incontro per raccogliere notizie relative alla situazione del paziente e della famiglia, conoscere le loro richieste e aspettative; accogliere, spesso, i loro sfoghi  preoccupati o rabbiosi. Molti di loro arrivano carichi di sensi di colpa e di inadeguatezza: “tutti dicono e scrivono che è colpa nostra”, “dove ho sbagliato”, “ci dica cosa fare”.
Chiedono con insistenza indicazioni e consigli, che  permettano in breve tempo e con il minimo dispendio di energie  di risolvere le situazioni intricate e difficili nelle quali si trovano; sono presi, come i loro figli malati, in un vorticoso ed angosciato bisogno di agire che non consente di potersi fermare. Devono individuare quello spazio riflessivo che, solo, può consentire di interrompere il circolo vizioso che tutti, involontariamente, continuano ad alimentare.
Non è semplice evitare di fornire loro le indicazioni e i consigli che insistentemente richiedono. Non è semplice far comprendere a persone realmente disperate e angosciate che nessuno possiede il segreto che, magicamente, può risolvere tutti i loro problemi. La soluzione può essere rinvenuta solo dentro di loro. E’ necessario concedersi il tempo e lo spazio per rivedere le relazioni intrafamiliari e ripensare ai tanti punti di incrinatura non affrontati e pensati. Fornire generici indicazioni e consigli non può che alimentare illusioni, che  espongono a successive e cocenti delusioni e scoramenti.
E’ esperienza abituale quella di genitori che seguendo i loro figli passano da un centro terapeutico all’altro, ricominciando ogni volta a cercare nuove illusioni, in una sorta di consumismo terapeutico che fa il pari a quello alimentare dei figli. E’ una coazione a ripetere quello che non si può o non si vuole ricordare. Tutti questi percorsi iniziano e finiscono allo stesso modo. Ormai nota è la “sindrome della porta rotante”. Al termine di innumerevoli ricoveri scopriamo che i pazienti hanno un peso inferiore a quello “allarmante” che avevano prima del primo intervento. Sappiamo  che l’interruzione delle terapie è un evento molto frequente nella cura di queste  patologie. E la cronicizzazione uno dei rischi maggiori.
Cerchiamo quindi di descrivere a pazienti e familiari in modo chiaro quello che è il nostro approccio. Proponiamo un luogo in cui essere aiutati a conoscere  e capire la malattia dei figli e ad affrontare  la difficile relazione con loro; un luogo in cui sentirsi ascoltati e non giudicati, un luogo in cui  poter condividere angosce e  paure ma anche riflessioni e speranze.
I genitori vengono aiutati  sin dall’inizio a decolpevolizzarsi. Non solo perché la colpa può rinchiuderli in una spirale depressiva che impedisce di cercare la soluzione ai problemi ma anche  perché è necessario divenire  consapevoli del carattere transgenerazionale di modelli relazionali inconsci trasmessi attraverso le generazioni. Consapevolezza che può fornire la base per un necessario processo di trasformazione.
Nei disturbi alimentari, come del resto in tutte le patologie gravi che compaiono in adolescenza, la malattia è espressione del fallimento rispetto ai compiti richiesti dal delicato passaggio puberale. Il bimbo deve diventare adulto. L’emergere di nuovi bisogni fisici e psicologici,  spinge il giovane, con l’aiuto del gruppo dei coetanei, a separarsi dai genitori ed a cercare con loro nuove e diverse forme di relazione ; i legami  principali vengono spostati su figure esterne al nucleo familiare e si prepara così, a fine  adolescenza, l’uscita definitiva dalla famiglia.
I genitori e la famiglia accompagnano i figli in questo loro percorso ed hanno come risorse in questo  compito di guida e supporto le loro storie personali e quelle delle loro famiglie originarie e dei modelli relazionali che sono stati loro trasmessi . Ogni lacuna in queste storie può divenire l’ostacolo che impedisce il processo di autonomizzazione del figlio. Il lavoro nel e con il gruppo sostiene il genitore affinché possa favorire la necessaria separazione ed il processo di individuazione il cui blocco è cristallizzato nei sintomi.
 
OBBIETTIVI E FINALITA’
In conclusione. I Gruppi Balint per i genitori hanno lo scopo di:
Appoggiare il lavoro psicoterapeutico dei figli.
Aiutare i genitori a superare l’atteggiamento depressivo.
Favorire il superamento dei sensi di colpa che inducono ad un continuo e sterile rimuginare sugli errori educativi compiuti.
Consentire loro di trovare solidarietà grazie al gruppo di persone che condividono analoghi problemi e farli uscire dall’isolamento in cui la malattia dei figli spesso li rinchiude.
Portare i genitori a pensare e rappresentare, dare un nome al disagio psichico  e a  maturare atteggiamenti relazionali che aiutino i congiunti malati nei loro percorsi terapeutici anziché ostacolarli e mantenerli nella stessa relazione patologica.
Aiutarli a diventare  più  competenti e consapevoli dei possibili significati della malattia dei figli attraverso lo  scambio delle conoscenze con gli operatori e gli altri genitori.
Consentire loro di diventare più attenti alla relazione psicologica con i figli attraverso un’esperienza, il gruppo, che allena alla relazione psicologica.
Il lavoro in gruppo offre in realtà un confronto ed una dimensione riflessiva che permette, nel tempo, di arrivare al cuore di una patologia complessa individuando i molteplici micro o macro traumi e punti di incrinatura nel più ampio  contesto ambientale, relazionale e familiare.
Evidentemente qualcosa ha impedito ed impedisce al paziente di separarsi dalla famiglia per stabilire legami con il gruppo dei coetanei. Questi pazienti si  rinchiudono e si isolano. Attaccano ogni legame. All’esterno ma anche in famiglia.
Il disturbo alimentate che teatralizza un problema di  controllo eccessivo o del tutto mancante  esprime dunque una sofferenza per una relazione di dipendenza che fa fatica a sciogliersi. Le motivazioni sono antiche. Nel sintomo si cristallizzano e condensano problemi che hanno spesso avuto bisogno di tre generazioni per venire alla luce.
 
 IL GRUPPO E LA METODOLOGIA
Ai genitori si offrono  incontri in gruppo che l’esperienza mostra essere efficaci perché offrono scambi di esperienze che favoriscono cambiamenti nelle relazioni intrafamiliari; per i familiari che esprimono la difficoltà ad incontri in gruppo si è offre la possibilità di incontri individuali o di coppia sempre però svolti con gli stessi obiettivi.
Il metodo di conduzione di gruppo consiste in una applicazione sperimentale del metodo Balint.
I genitori  vengono  raccolti in piccoli gruppi  (da 8-12 ) e il  gruppo, condotto da uno psicoanalista addestrato alla conduzione di gruppi Balint, si incontra regolarmente con frequenza settimanale; la seduta di gruppo  dura un’ora e mezza e ha come compito di lavorare sul materiale che a  turno i genitori offrono alla osservazione e discussione del gruppo.
Si tratta di vignette di vita quotidiana relative alle difficoltà di comunicare coi congiunti malati; di racconti il più possibile precisi di un episodio in cui la relazione con il figlio è risultata problematica, è sfociata in una lite, ha prodotto malessere in tutti. A turno  i familiari offrono delle vignette all’osservazione del gruppo, si espongono quando la presentano o ascoltano partecipando quando la presenta un’ altro membro del gruppo.
Ci si riunisce seguendo  regole ben precise finalizzate ad assicurare rispetto e privacy. Ogni partecipante al gruppo espone intimi vissuti di sofferenza e lo può fare solo in un contesto in cui si senta  protetto, sostenuto e rispettato.
Il conduttore tutela tale clima emotivo e invita il gruppo a focalizzare l’attenzione sulla vignetta proposta per cercare insieme di  riflettere su  cosa   cercavano di comunicarsi genitore e figlio  e su  cosa  può essere successo tra loro.
Attraverso il lavoro nel gruppo  i genitori  possono divenire  da una parte più consapevoli delle problematiche dei figli, di cosa effettivamente chiedano    attraverso le loro comunicazioni spesso  incomprensibili, distorte,  violente, malate e, dall’altra,  delle modalità , per lo più inconsapevoli, con  le quali essi stessi rispondono ai figli e alle loro azioni.
La partecipazione  a questi gruppi richiede  impegno, soprattutto quando la patologia è grave o di lunga durata, ma fornisce uno strumento di sensibilizzazione  alla relazione psicologica coi figli  (o altri congiunti)
 
 CAMBIAMENTI E RISULTATI
I genitori che hanno partecipato ai gruppi si sentono meno soli, perché sostenuti dal gruppo nelle loro difficili situazioni. Si attivano le identificazioni, i partecipanti si ispirano nelle loro reazioni alle riflessioni sulle varie “vignette” esemplificative presentate a turno e sulle ipotesi educative e di cambiamento costruite insieme.
I genitori sviluppano più capacità di controllare l’ansia e resistere alle pretese aggressive dei figli, di sottrarsi a adesioni confusive e simbiotiche per la chiarezza raggiunta sulle differenti identità e compiti (distinzione generazionale) e sulla necessità che questo ordine sia rispettato (distinguere le soggettività).
Il gruppo si confronta sui diversi modi di concepire la genitorialità trasmessi attraverso le generazioni e sul processo d’individuazione e separazione dei figli dai genitori nei diversi contesti familiari e sociali; tale meta è difficile , appare spesso irraggiungibile a genitori che vedono i loro figli isolati e chiusi in casa, spesso incapaci di svolgere i compiti “normali” per qualunque altro  adolescente, come andare a scuola o stare con gli amici.
Dalla maggiore presa di distanza si liberano nei genitori come nei figli, attraverso le loro psicoterapie, bisogni vitali di crescita, di affermazione sana di sé e di autonomia, rimasti soffocati nella forma precedente delle loro relazioni improntate alla dipendenza.
Il gruppo aiuta i genitori a superare l’impasse, condivisa inconsciamente con i figli, che impedisce di portare la loro relazione a un livello superiore di crescita, a produrre l’importante trasformazione nell’atteggiamento con i figli che è diventare capaci di rapporti più autentici, con meno repressione dell’espressione emotiva, per permettere alle rispettive soggettività di affrancarsi dall’ambivalente paura-bisogno dei legami, nutrite ora da una nuova fiducia nei legami affettivi.
Genitori e figli diventano a vicenda più in grado di stare in piedi senza il sostegno simbiotico o parassitario dell’altro; la mancanza dell’altro diventa meno traumatica in quanto mancanza affettiva e non mancanza strutturale (non causa depressione)
 
CONCLUSIONI
Partendo dal presupposto che qualcosa non ha funzionato adeguatamente nel percorso di crescita e trasformazione delle relazioni familiari, l’introduzione di uno sguardo e di relazioni esterne alla famiglia rappresentate dal gruppo e dal conduttore, aiuta i genitori ad aprirsi e ad allenarsi a osservare a loro volta le relazioni familiari nei loro funzionamenti consapevoli e inconsapevoli.
Lo scopo è introdurre quei cambiamenti che consentano di sbloccare le situazioni di stallo nella maturazione delle relazioni familiari, presupposto alla maturazione degli individui.
I genitori che hanno concluso il percorso formativo hanno riconosciuto in sé e nelle relazioni familiari questi cambiamenti ed  affermano che il percorso è costato impegno e fatica, ma ha offerto uno spazio prezioso e unico per imparare a  confrontarsi con gli altri e con se stessi.

Via Giardino Giusti, 4 - 37122 - Verona - [t] 045.8013574 - verona@fidadisturbialimentari.it - Mappa del Sito | Note legali e privacy

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, cliccando su un link o un pulsante o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Privacy Policy

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi