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Anoressia e bulimia in un film: luci e ombre di “Ciò che mi nutre mi distrugge”

Abbiamo visto in anteprima al Festival dei popoli di Firenze il film “Ciò che mi nutre mi distrugge“. Un documentario che entra nella stanza della terapia di quattro pazienti affette da disturbi del comportamento alimentare, in cura presso l’Unità Operativa Semplice Dipartimentale “Disturbi del Comportamento Alimentare” della ASL Roma E.

Il film racconta quattro storie e quattro cure differenti: Giulia, con sintomatologia bulimica e aspetti autolesionisti, che è condotta in una terapia con i genitori; Marie Louise, ex modella, che incarna l’estetica tipica dell’anoressia restrittiva, molto ben vestita e curata, e che è condotta in una terapia cognitivo comportamentale classica; Sonia, la più grande (48 anni) che ha cominciato a soffrire di DCA quando ancora le cure erano quasi inesistenti e che ci ricorda quanto sia importante l’accettazione di questi disturbi nel novero delle malattie mentali; e infine Silvia, anoressica, con una seria difficoltà di accettare le caratteristiche del proprio corpo, alla quale viene offerto un aiuto che passa da attività espressive ed esperienziali.

Il docufilm, ideato e realizzato da due filmaker con un figlio che ha sofferto di DCA, è prima di tutto il tentativo, davvero riuscito, di svelare un tabù: che la psicoterapia non è un mondo alieno ma che anzi è possibile raccontarla senza snaturarne la realtà. Per l’equipe romana è un grande atto di coraggio quello di mostrare a tutti il proprio lavoro ed esporsi quindi alla valutazione “pignoletta” dei colleghi.

Come dimostrano le sempre più numerose testimonianze di chi ha lottato contro questi disturbi (Michela Marzano, per fare un nome ben noto), anche in questo caso raccontare un percorso di cura può essere molto utile a spingere le persone a chiedere aiuto e fare i conti col proprio sintomo. Ai filmaker va il merito di non non indugiare mai nel pietismo o nella ricerca del caso umano estremo, tutto è raccontato con molta semplicità e chiarezza, in modo da mostrare i DCA oltre i luoghi comuni.

C’è però un aspetto cruciale che va considerato. I disturbi alimentari hanno un punto critico, di estrema fragilità, per quanto riguarda la componente isterico-istrionica, un aspetto che ha a che fare con l’immagine di sé, con l’effetto che la propria immagine ha e vuole avere sugli altri e che in questo documentario è completamente bypassato. Capisco che ai tempi del DSM5 riferirsi all’isteria risulti desueto, ma dalla mia prospettiva l’articolazione isterica di questi disturbi è tutt’altro che scomparsa.

Prendere quattro storie vere, con i veri personaggi, e metterle a disposizione del pubblico è prendere il sintomo e portarlo al trionfo. Quello che nei centri FIDA cerchiamo di fare con la nostra prospettiva psicoanalitica è proprio il contrario, orientare il discorso dal sintomo ad altro, con l’intento di raccogliere la narrazione che il sintomo stesso porta dentro di sé, mettendo l’attenzione su quello che può raccontarci al di là della questione sul cibo.

In definitiva voglio obiettare che l’operazione di questo docufilm rischia di essere collusiva, non penso al rischio di emulazione ma mi domando quale scopo clinico possa avere portare quelle 4 persone all’attenzione del grande pubblico. Insistendo di fatto su quel tipico punto di angoscia che caratterizza molti dei pazienti con DCA, perché offrire ad una persona con DCA una platea di occhi che guardano? Perché non offrire visibilità a questi 4 personaggi per altre loro caratteristiche? Perché non offrire loro la possibilità di dis-identificarsi al sintomo?

Credo che l’orientamento clinico raccontato nel film spinga molto alla prestazione intellettuale e in estrema sintesi il messaggio che si intuisce è che dal disturbo alimentare non si guarisca ma che la cura possa solamente costruire strategie cognitive per riconoscere i momenti di difficoltà ed affrontarli. Nella nostra interpretazione, invece, il sintomo sta al posto di qualcos’altro e la cura quindi permette che questo sintomo possa dare voce ad altri aspetti.

La creatività del singolo può essere accompagnata fuori dal contesto alimentare per acquisire nuovi modi di vedere il mondo. Si tratta in fondo di un lavoro sulla libertà, un percorso per cercare una via nuova per definirsi al di fuori del DCA. A noi interessa sbrogliare le concrezioni di senso che si sono addensate attorno al sintomo: frustrazioni e motivi di non accettazione di sé vanno scollati e articolati su altre questioni della vita per tendere a liberare il paziente dell’idea ossessiva del cibo.

Resta comunque un film da vedere, con ottimo materiale clinico, utile per la sensibilizzazione e per abbassare il pregiudizio, per far capire che i disturbi alimentari sono una patologia e non un capriccio.

Dottor Lorenzo Franchi

Responsabile Dedalo FIDA Firenze

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