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La mente “incarnata”

L’uomo passa, nel corso dello sviluppo, da un tempo sensoriale, autoreferenziale, onnipotente, circolare, ad un tempo lineare, relazionale, aperto alla tolleranza della frustrazione.

Con la nascita vive una prima cesura che è contemporaneamente separazione dall’unità originaria e incontro con una realtà altra, con gli stimoli di un mondo che chiama alla nascita di una mente a partire da un corpo. Lo sviluppo del cervello non è solo una questione biologica, ma è strettamente correlato alle emozioni e agli aspetti somatosensoriali che il bambino sperimenta dai primi momenti della sua vita.

L’incontro della sua unicità di essere umano con l’ambiente determina un vissuto che si inscrive nelle trame della memoria condizionando le esperienze successive e la possibilità dell’emergere di una capacità di simbolizzazione e di mentalizzazione.

Con la nascita di un pensiero e la formulazione di un linguaggio, dalla rappresentazione di cosa si passa alla rappresentazione di parola, ma non tutto può divenire pensiero e prendere forma.

Freud identifica l’origine della mente nella risposta precoce alla mancanza originaria di un oggetto che soddisfi immediatamente il bisogno. Non è l’immediato né l’identico che genera la mente, ma l’attesa e la differenza, attesa e differenza che tuttavia non devono aprire una voragine di frustrazione e angoscia, ma rimandare ad un altrove che rimane raggiungibile nel tempo e nello spazio.

Solo nell’assenza ciò che manca, ciò che non è, può divenire pensiero e può generare la funzione per pensare, ma deve essere un’assenza piena di fiducia, basata sull’esperienza precoce di una soddisfazione differita e imperfetta, ma comunque possibile. Se questa esperienza non è avvenuta il corpo può divenire il luogo in cui un sintomo parla al posto di una voce e di un pensiero.

La sensazione di possedere un corpo e una mente che consentano di accedere pienamente all’esperienza della vita non è scontata e può essere ostacolata da traumi precoci, rapporti con oggetti assenti o patologici. La frattura che può crearsi tra corpo e mente lascia il corpo prigioniero di sensazioni scisse e persecutorie e impedisce l’accesso alla realtà esterna e alla relazione con l’altro.

Charmet spiega come un corpo saturo di proiezioni, estraneo e separato da sé, mai utilizzato, sentito come un oggetto non integrato, né mentalizzato, può divenire il luogo in cui si esprime il conflitto. Proprio questa difficoltà di integrazione talvolta rende presente solo un aspetto parziale della corporeità, come nel caso del “corpo alimentare” letto esclusivamente come “grasso o magro”. Un corpo che può divenire un contenitore di affetti spostati, luogo della dismorfofobia e del rifiuto.

Solo una mente “incarnata” può svilupparsi verso un pensiero creativo, astratto e simbolico.

Crescere, dunque, significa rinunciare all’immediatezza del rapporto con il reale, rinunciare a quello che Kluzer chiama il “dono innato della veggenza” che permette di ripresentificare ciò che non è più o di far sparire ciò che non vogliamo. Ma rinunciare alla veggenza non significa perderla completamente. Una sua quota rimane, accanto a modalità di funzionamento più evolute, manifestandosi nel sogno, nel gioco, nel sintomo, garantendo una mediazione tra sensorialità, percezione, inconscio e linguaggio.

Crescere significa rinunciare all’autarchia e all’allucinazione non condivisibile, attraverso l’accettazione dell’assenza e della perdita, con la consapevolezza che non tutto può essere significato.

Costa precisa che essere in relazione con l’altro significa avere esperienza dell’altro inteso come “uno come me, altro da me”, un altro che “come me pensa, come me sente, ma che non pensa come me, non sente come me”. La forma dell’incontro è infatti basata sulla differenza.

La relazione non deve rimanere chiusa in uno scambio costante e monotono, che satura, ma aprirsi alle variazioni e ai cambiamenti che favoriscono lo sviluppo e un rapporto sempre più mobile e complesso riscoprendo il corpo quale strumento di conoscenza. La percezione dell’altro avviene a partire dalla periferia del corpo, presso la quale accadono molte più cose di quelle concesse dal pensiero razionale. L’elaborazione che la mente produce non è che una trasformazione di questo anteriore incontro con il mondo esterno. Incontro che, come evidenzia Paliard, è sempre imperfetto, insaturo, dominato dall’equivoco, in cui la realtà non è mai data una volta per tutte.

Ma è comunque sempre a partire da un corpo in relazione che una mente può avere origine. E’ infatti necessario l’incontro con un altro disponibile ad esserci per evitare la possibile catastrofe del nascere in un terrifico vuoto di presenza e di rappresentazione. Un “altro” inizialmente indifferenziato, esperito in un rapporto di fusionalità e rispecchiamento, poi sempre più “altro” attraverso l’esperienza di una discontinuità e di una differenza dolorose, ma necessarie, per la nascita di un sé e di un pensiero.

La mente nasce da una differenza sostenibile, la parola emerge da un silenzio, il simbolo stesso presuppone un’assenza. Ma le prime sensazioni devono essere significate, alcuni aspetti del mondo esterno devono essere interiorizzati, l’assenza deve divenire tollerabile affinché lo sviluppo possa proseguire.

L’incontro con l’altro, e con se stessi, può avvenire solo nella realtà, nell’accettazione della differenza, imprescindibile per la definizione della propria identità, e nella fiducia di un oggetto imperfetto, ma “reale”.

Prisca Ravazzin

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