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Il mangiare compulsivo porta al suicidio? Una corretta informazione sui disturbi alimentari

Alcuni quotidiani e siti di informazione hanno riportato una notizia basata su una ricerca di una università americana che metterebbe in relazione disturbi alimentari e suicidio.

Abbiamo pensato di commentare questa notizia dato che, in un ambito delicato come quello dei disturbi del comportamento alimentare, l’allarmismo non è mai utile a nessuno.

Le affermazioni che vengono fatte, inoltre, dovrebbero essere finalizzate ad ampliare il campo delle conoscenze ed eventualmente fornire strumenti utili all’intervento, mentre spesso vengono usate come “scoop” per attirare l’attenzione senza considerare le conseguenze che ne possono derivare.

Lodevole certo il tentativo di chi scrive di mettere sull’avviso i familiari e non abbassare la guardia, ma come essere credibili se ad una notizia di tanto scalpore associamo un’immagine così ambigua?

Quando un articolo cita una ricerca, poi, bisognerebbe capire se è stata condotta con seri criteri scientifici e soprattutto non utilizzare i risultati a proprio uso e consumo come sembrerebbe invece avvenire nell’articolo.

La ricerca di cui viene fatta menzione, analizza infatti la relazione tra ansia, insoddisfazione del proprio corpo e manifestazione di un disturbo alimentare. Solo a lato riporta una possibile correlazione tra il disturbo alimentare quale il mangiare compulsivo e il rischio di suicidio.

Ma vediamo di fare un po’ di chiarezza.

I disturbi alimentari, compreso il mangiare compulsivo, sono una difesa, un tentativo di soluzione a dei problemi più profondi (quale ad esempio anche una depressione). Nel mangiare compulsivo abbiamo in aggiunta il problema che la spinta pulsionale è fuori controllo, sovrasta l’ideale di padronanza e il soggetto, invece di avere una difesa a sua disposizione, reitera una condizione di fallimento con relativo aumento dell’angoscia (non si tratta quindi a nostro avviso, di una “introversione dei sentimenti”).

Per questo, là dove l’argine si è rotto e in determinate condizioni personali che vanno valutate e seguite da un esperto e non fornite in base a una numerazione statistica, si può rischiare anche il suicidio. Ma l’atto non avviene perché una persona soffre di disturbo alimentare o mangia compulsivamente!

Si legge inoltre che “la spinta al mangiare compulsivo – dove la persona sente un impulso irrefrenabile a mangiare velocemente grandi quantità di cibo, tutte in una volta – dona alla persona una immediata sensazione di controllo, che tuttavia è poi seguita da una fase in cui la persona prova vergogna, imbarazzo e disagio. In questa ultima fase vi è poi un tentativo di nascondere il comportamento stesso”.

In realtà la spinta al mangiare compulsivo non dà una sensazione di controllo (avviene infatti perché uno è già fuori controllo), ma eventualmente di pienezza, di appagamento, di ottundimento. Il sentimento che ne segue è spesso legato al senso di colpa, al fallimento, alla delusione della propria persona.

A volte si riesce a superare il momento di disagio ricorrendo a metodi di eliminazione (vomito, iperattività, ecc.) che ripristinano, anche se solo temporaneamente, il sentimento di dominio della situazione. Spesso però questo non accade e aumenta nella persona lo stato di rabbia, disagio e soprattutto impotenza.

In questo caso, dire che c’è  “un collegamento tra i disturbi alimentari come il “binge eating” – così come viene definito in inglese questo comportamento – e il rischio di suicidio nelle giovani donne” non significa niente se non si spiega bene quale dovrebbe essere la correlazione (e, come già detto, quella riportata nel testo è totalmente inappropriata).

Secondo noi, dunque, non c’è una relazione diretta tra il mangiare compulsivo e l’ideazione suicida a seguito di un’introversione dei sentimenti. Le questioni sono, come sempre, più complesse. Semplificare non aiuta in questo caso a fare chiarezza né serve alle persone ad essere più attente e consapevoli.

 

Consulta l’articolo di 

Centro HETA – FIDA Ancona Perugia 

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