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Dai corpo alla tua identità: lo specchio e l’insostenibile leggerezza dell’essere nei DCA

Centro HETAFIDA Ancona-Perugia

Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. Per questo stava così spesso davanti allo specchio. E avendo paura di essere sorpresa dalla madre, gli sguardi allo specchio avevano il marchio di un vizio segreto. Quello che l’attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo. Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Dimenticava che il naso non è che l’estremità di un tubo che porta aria ai polmoni. In esso vedeva l’espressione fedele del proprio carattere.

Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa. Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza: l’anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta”[1].

Il rapporto dell’uomo con la sua immagine è complesso e delicato.

Tra l’essere umano e la propria immagine c’è una schisi, un taglio, una distanza ineliminabile. Da una parte l’esistenza reale e dall’altra la rappresentazione ideale. Davanti allo specchio, piuttosto che con un’identità abbiamo a che fare con un’alterità.

Io, di fronte allo specchio, non sono Io, ma sono un altro, si potrebbe dire.

Lo specchio, incaricato di dare una forma visibile all’essere, se da una parte lo costituisce in quanto unità grazie alla mediazione di un altro che lo riconosce come tale[2], dall’altra gli restituisce un’immagine di cui non ci si può mai appropriare veramente, che sfugge all’ideale di cui si fa portavoce. L’immagine che costituisce l’Io è la stessa che lo separa da sé, che lo divide.

Guardare la propria immagine allo specchio restituisce sempre un certo senso di estraneità. E questo è ancor più vero nell’ambito dei DCA in cui il campo visivo è invaso da una percezione alterata della propria forma. Dismorfobia corporea la cui causa, a differenza di quanto si dice comunemente, non risiede tanto in un eccesso di preoccupazione per le proprie forme quanto, appunto, nella rottura di questo esile equilibrio tra l’Io e la propria immagine ideale. Equilibrio inizialmente tenuto in essere dal riconoscimento esercitato dall’altro.

Chi è la più bella del reame?

Per capire meglio questo discorso partiamo dal famoso specchio della favola di Biancaneve.

La regina, che neanche ha un nome ma è identificata con il potere che esercita, ci viene dipinta come un essere malvagio in netta contrapposizione con il bene, raffigurato da Biancaneve. E’ lei che sta allo specchio e che ha bisogno di chiedergli, tutti i giorni, se è la più bella del reame.

Uno specchio parlante che riflette un’immagine muta, soggetta ad interpretazioni. Uno specchio che non mente mai. Ma la soddisfazione che ne trae non è appagante. Ha bisogno di ripetere questo rituale ogni giorno. Ogni giorno la stessa domanda e l’attesa della stessa risposta. La regina ha bisogno di certezze che non devono essere messe in discussione, di una verità assoluta, disumana. La regina compete solo con se stessa. E’ la sua sicurezza che vacilla e le rende nemico ogni essere che rischia involontariamente di metterla in discussione.

Un giorno, al sentire che lo specchio le rimandava una risposta diversa da quella che aspettava, la regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai. Biancaneve, ora lei la più bella, divenne una minaccia. Solo eliminandola, la regina sarebbe rimasta l’unica.

E’ lo specchio parlante che, in tutta questa storia, agisce, giudica, insinua il dubbio e, infine, suggerisce come azzerarlo.

Qual è l’obiettivo della regina? Ritornare a quell’abitudine consolidata, a quel dialogo ossessivo e privatissimo con una voce autorevole che la condanna ogni giorno ad essere la più bella del reame.

Curioso che la regina non si specchia mai, non è interessata a farlo; la regina guarda ma non vede la sua immagine; ascolta invece una voce, una verità, che le rimanda indietro la sua immagine.

Da notare inoltre che “esistere in quanto unica perché la più bella” è tutta altra cosa dal “riconoscere la propria esistenza come unica” attraverso l’immagine che mi rimanda lo specchio come mia.

Anche nella novella capolavoro di Arthur Schnitzler “La signorina Else” abbiamo un dialogo solitario con la propria immagina riflessa: “Sono veramente così bella come nello specchio?”, chiede Else alla propria immagine riflessa. E la risposta: “Ah, s’avvicini pure, bella signorina. Voglio baciare le sue labbra rosso sangue. Voglio premere i suoi seni contro i miei. Peccato che ci sia quel vetro tra di noi, quel vetro freddo. Come andremmo d’accordo noi due. Non è vero? Non avremmo bisogno di nessun altro”[3].

Per la signorina Else, sarà impossibile sostenere il desiderio dell’altro sul suo corpo, e dopo averne fatto impunemente mostra a tutti, la stessa si deciderà per la morte.

La paura di fronte allo specchio

Ci sono molte letture possibili a partire da questi stimoli letterari. Ciò che ci interessa sottolineare in questo contesto è che i fenomeni di circolazione autistica e mortifera tra sé e la propria immagine allo specchio, sopraggiungono nel momento in cui manca una mediazione dell’ordine simbolico, nel momento in cui l’altro non fa più da sostegno al soggetto. Il corpo rimane allora soggetto al puro sguardo e il dialogo tra se stessi e la propria immagine riflessa si sfalda, si altera, diventa impossibile da sostenere.

E’ a questo punto che di fronte allo specchio sopraggiunge la paura che rimandi un’immagine che io non riconosco come mia. Forma mostruosa, inaccettabile, orrenda, difettosa, ingombrante, che: “Non puoi essere te, non è possibile!”. Per questo poi tutto diventa un come modificarla, come agirci sopra, come “letteralmente” togliere cosa non va, cosa è in più, cosa è scomodo (di solito le parti molli, la carne, la pulsione, il senso di fame, quello che ti fa essere umana, incoerente, desiderante, mortale, che si emoziona, che non razionale, controllabile, contabile, monitorabile). Se si agisce su quello, perché è quello che non va, te lo dice lo specchio, allora “andrà tutto perfettamente e maledettamente bene”.

Dare corpo alla propria identità significa invece che non si ha “un corpo come desidero”, ma che si deve prendere corpo, consistenza e permetterci di abitare un corpo che possiamo riconoscere come nostro, con tutto quello che ne consegue, senza morirci. E la consistenza la dà la parola se c’è un altro su cui si posa e attraverso cui può essere riconosciuta. Non il numero della bilancia.

Centro HETA – FIDA Ancona Perugia

[1] Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano 1989.
[2] Vedi la teoria dello stadio dello specchio di Jacques Lacan in J. Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, in Scritti, Vol I, Einaudi, Torino pp. 87-94.
[3] Arthur Schnitzler La signorina Else, Piccola Biblioteca Adelphi, 1988.

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