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La bambina di gomma

Odio i bambini buoni e belli, sempre puliti e stirati, quelli che ti fanno sentire brutta e cattiva, quelli che ricevono sempre complimenti e sorrisi, quelli che non deludono mai, quelli che solo tu sai quanto sono stronzi ma nessuno lo capisce…        

o forse nessuno capisce quanto tu stai male e quanto la tua maschera di bambina fallita non è che il sintomo della tua sofferenza e dell’incapacità a comunicarla

Aveva cominciato a mangiare e non aveva più smesso.

Quel corpo infame, colpevole di tante delusioni, si era ricoperto di uno strato gommoso di ciccia che attutiva tutto, che faceva rimbalzare ogni cosa, ogni parola.

Sembrava ovvio che lei fosse grassa, non riusciva a immaginare un altro corpo per se stessa. Forse perché fin da piccola lo aveva sentito dire. Prima ancora che lo fosse veramente, già si diceva che sarebbe stato il suo destino, erano le parole del pediatra che sua madre ripeteva sempre: la bambina avrebbe avuto problemi di peso perchè era nata “grossa”. Così fu. Pensandoci bene non erano i geni a essere responsabili ma il suo appetito senza fine. Lui, il dottore, non aveva previsto niente, aveva scritto il suo destino lasciando quelle parole in mano a sua madre.

Sua madre era una donna perfetta. Magra, formosa, bionda e bella, sempre impeccabilmente truccata e vestita, sempre dritta e dalle movenze sinuose. Aveva fatto danza e da sempre praticava sport per mantenersi in forma. Quella bambina era il suo opposto, era l’alter ego, il brufolo fastidioso che insidiava la sua perfezione. Rimediava conciandola da principessa con il risultato di renderla ridicola.

Non c’era festa di compleanno in cui sua madre non si distinguesse per la sua simpatia, per quanto fosse brava a esibirsi, ballare. Rubava la scena a ogni festeggiata e il lavoro ai giovani animatori che si facevano da parte.

Quanto la odiava… quanto la amava. Quanto la detestava… quanto la ammirava.

Questo conflitto le segnò la vita, a sua insaputa.

Crescendo la ciccia cresceva con lei, ma era una bambina molto simpatica, pasticciona e buffa. Non piangeva mai, non si offendeva, non si arrabbiava: sempre disponibile, accomodante e autoironica. Rideva del suo corpo, lo esponeva senza vergogna. In realtà era il suo biglietto da visita. Divenne adolescente, divenne donna…

Non essendo una pericolosa rivale, le altre donne stavano molto bene in sua compagnia, si confidavano con lei, parlavano dei loro tormenti, delle loro delusioni amorose. Lei ascoltava paziente… felice di non essere una di loro. Lei era speciale. La sua madre bellissima faceva supporre che avrebbe potuto essere bella, il suo viso lo dimostrava, ma restava un potenziale, un sogno, un mito. Era un’eccezione. Grazie a quel corpo si assicurava che l’amore, la stima, la considerazione nei suoi confronti fossero solo per lei e non per la sua immagine.

Un giorno qualcosa cambiò. Non sapeva cosa avesse innescato il processo ma cominciò a desiderare…

Fino a quel momento, quell’attimo decisivo, lei non aveva desideri, non era appesa al filo dell’attesa, al dubbio della speranza, al tormento della dipendenza… il cibo le bastava. Quel compagno di ore solitarie, davanti al televisore o a un libro, era sempre pronto, presente, disponibile, certo, controllabile. Improvvisamente non fu più così. Non le bastava più. Molto tempo dopo, capì che tutto accadde a causa di uno sguardo e di una parola.

Qualcuno (non è tanto importante chi fosse) un giorno la osservò mentre si specchiava e le disse qualcosa (non ricordava bene le parole precise) che rivelava un desiderio nei suoi confronti… si sentì trafitta da quello sguardo che aprì uno squarcio lasciando intravvedere un abisso ignoto.

La sua vita divenne insopportabile. Non riusciva più a essere disponibile, sorridente, positiva. Cominciarono a uscirle frasi acide, piene di astio e rancore. Ma questo la disorientava, la costringeva a chiudersi in casa e mangiare, mangiare, mangiare… per tacere, per calmarsi, per placare quella frenesia dell’anima che non aveva mai sperimentato. Ne usciva ancor più frustrata e arrabbiata.

Cominciò a considerare l’idea di fare una dieta. Nonostante il suo corpo, non aveva mai pensato che le diete la riguardassero, non aveva mai considerato la possibilità di avere un altro corpo.

Sua madre era sempre a dieta, sempre attenta a quello che mangiava, non lei. Lei era un’altra persona, lei era diversa: era superiore a queste cose, a queste preoccupazioni. A lei non interessava l’aspetto ma la sostanza. Non voleva essere come sua madre, una donna vanitosa, superficiale, che amava piacere… Lei era superiore a queste necessità, si bastava.

Ora non le bastava più nulla. Una faglia nel suo sistema pieno la costringeva a sentirsi fragile, braccata, dipendente.

Era in un vicolo cieco, senza vie d’uscita. Gli imbocchi erano pertugi ostruiti da parole estranee al suo modo d’essere: dieta, rabbia, desiderio, amore…

Fu così che decise di rimuovere quei macigni all’imbocco della strada verso la vita.  Sembravano fatti ma in realtà erano parole, impossibili, assenti nel suo vocabolario, nella lingua che aveva dato consistenza al suo essere fino a quel momento. Era una questione di lessico. Ma ogni parola aveva il peso e la sostanza di quella carne, quel grasso con cui si era fatta. Per impadronirsene avrebbe dovuto fare spazio in quell’esistenza senza pertugi, senza vuoti, avrebbe dovuto perdere, svuotarsi, lasciarsi spogliare delle certezze che l’avevano ricoperta.

Un lavoro sulle parole. Sapeva che era l’unica strada, non un lavoro sul corpo, quello che tutti le proponevano, ma un lavoro sull’essere, sul suo essere che si identificava con quel corpo.

Si accompagnò pesantemente, costantemente, furiosamente in un luogo dove la parola era lo strumento, l’arma, la sostanza, l’inquisita e la vittima, dove lei potè osservare il suo discorso, guardare la sequenza di termini che uscivano dalla sua bocca, così come rendersi conto di tutto ciò che vi entrava.

Si rese conto della propria ostinata passione per la condizione di cui si lamentavaSi ribellò al cambiamento, alla perdita inevitabile, imputò all’altro, al partner di quel lavoro impossibile, il desiderio della sua trasformazione per avere il pretesto di opporvisi. L’odio la invase, la rabbia le bruciò il petto, il sintomo esplose e la travolse in una voracità ai limiti della follia.

Poi a un certo punto vide, a un certo punto fu come se tutto quel vortice si trovasse sotto di lei e lei potesse vederlo, come se non fosse lei, come se finalmente la riguardasse ma non coincidesse più con il suo essere. Vide l’Altro, quello con cui aveva sempre dialogato, litigato, che aveva sfidato, amato, odiato e vide gli altri, le persone, ciò che forse erano veramente, spogliate delle sue attribuzioni. Vide l’analista e si rese conto della sua presenza, della sua consistenza spietata, irremovibile. Una presenza lucida, determinata nel suo mutismo frustrante, capace di rappresentare quel vuoto orribile da cui era sempre scappata. Un vuoto di sapere, un sapere su di sé che andava oltre la ragione, la volontà. Capì che lei aveva potuto arrivare ai limiti della sua follia, affrontare quell’abisso perché c’era quella presenza solida, calma, senza paura né domande al suo fianco. Smise di odiarlo, ma anche di amarlo, smise perché anche lui non era più che un uomo. Ma iniziò a rispettarlo e a essergli grata per l’etica della sua posizione in tutti quegli anni.

Vedere e comprendere rese necessaria una scelta. Era il tempo di decidere, di agire.

Fu dopo diversi anni dall’inizio della sua crisi che si decise a lasciar crollare la sovrastruttura che le faceva credere di essere qualcuno, un conosciuto. Il colpo definitivo si ebbe a partire da una immagine dell’infanzia, a lei nota e di cui più volte aveva parlato, ma senza veramente ascoltarsi. Ne aveva parlato ad altri, all’analista, per confermare la sua immagine di bambina incompresa ma non lo aveva mai veramente “detto per ascoltarlo”, per interrogarsi su cosa avesse significato per lei, cosa ne avesse fatto: sua madre di fronte allo specchio che si osservava compiaciuta, lei in un angolo dell’immagine speculare che la guardava incantata con un dolce in mano. Suo padre entrò nella stanza e avvicinandosi alla moglie le toccò il sedere dicendo, “non sembrate neanche parenti”, poi andò da lei e le dette un bacio sulla guancia chiamandola “il mio bignè preferito”.

Quell’immagine divenne la sua immagine, l’icona della sua esistenza: una fissazione all’oralità come segno del legame con il padre, per rimanere “la preferita”, per non ammettere la rabbia verso di lui per averla esclusa dal mondo delle donne desiderabili. Lei era amata, divorata, sua madre desiderata. Quella fu per sempre la sua posizione nel mondo: l’osservatrice,  quella che guarda le altre mentre si fanno oggetto del desiderio di un uomo, quella che fa eccezione, che è in un posto speciale, la preferita perché preservata grazie al suo grasso, il bignè.

Questa prima verità in realtà ne copriva una ancora più cocente che solo in seguito riuscì ad affrontare: il vero trauma di quella scena. La scoperta di essere sola, che non c’era qualcuno che l’avrebbe potuta garantire, che le avrebbe assicurato per sempre una certezza sulla sua esistenza e sull’ordine delle cose, della vita.

Suo padre era un uomo, in balia della sua umanità, sua madre una donna, che cercava di cavarsela per sfuggire alla sua stessa paura di non esistere, dopo tutto. In un attimo la bambina aveva visto l’abisso della propria inconsistenza, dell’inconsistenza dell’Altro che credeva giusto, forte, saggio, infallibile, aveva compreso che si trattava di solitudini, e aveva deciso di sopravvivere negandosi una realtà insopportabile per la sua giovane età. Aveva deciso che sua madre era la “insensibile cattiva”, stupenda, inarrivabile, oggetto del desiderio di tutti gli uomini, suo padre era “il buono”, saggio e gentile che, anche se desiderava sua madre in quanto uomo, in realtà amava lei più di tutte le donne, la considerava unica e speciale perché era diversa, perché non era una donna da desiderare. Aveva fatto di quella delusione una storia d’amore e complicità. Una storia che l’aveva inchiodata a un corpo senza forme, a un’esistenza senza desiderio: per sempre immobile a osservare il desiderio degli altri, con un dolce in mano.

Tanto tempo prima, la bambina, aveva preso una decisione inconscia, ora la stessa bambina,  di fronte a questo squarcio nel torpore della sua esistenza, ne prese un’altra.

Decise di vivere. La bambina cominciò a soffrire, a desiderare, a perdere la sua incolumità. La bambina fu sola, si sentì sola e soffrì per la sua solitudine. La bambina non fu più una bambina di gomma, ma di carne e sangue, di lacrime e sorrisi.

Pezzi di grasso abbandonarono quel corpo, si persero insieme alle certezze. Il desiderio animò quella carne morta, la lacerò e le sembrò di impazzire. Poi comprese che non era la follia ma era la vita, assurda, imprevedibile e disordinata che aveva sempre evitato. La bambina si fece adulta.

La bambina è divenuta “una donna”,  non una delle donne, non La Donna, non qualcuno ma una possibilità unica e irripetibile di esistenza al femminile.

Dimenticavo, il suo nome è Gioia.

 

Dott.ssa Cristiana Santini

Psicoterapeuta, psicoanalista, scrittrice

Referente terapeutica a Fano del Centro Heta – FIDA Ancona

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